Dieci cose di cui necessitano le persone in lutto

Perdere chi amiamo è difficile e doloroso.
Le persone in lutto hanno bisogno di essere sostenute e accompagnate.
Come? 10 spunti utili per iniziare.

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Morte e Vita (Gustav Klimt)

• Riconoscere e accettare il proprio dolore e la propria vulnerabilità

Contenere paure e ansie, per ricostruire uno spazio che sentiamo sicuro

• Creare opportunità per esprimere le proprie emozioni, anche le più intense, ogni volta che ne sentiamo il bisogno

• Dare e ricevere informazioni per essere aiutati nella comprensione cognitiva e nell’accettare la realtà della perdita

• Dare e ricevere ascolto e attenzione

• Cercare e trovare le parole per dare voce al silenzio

• Trovare nuovi modi per esprimere ciò che proviamo

• Trovare nuovi modi per ricominciare anche a sorridere

• Cercare di ricostruire nuove forme di routine quotidiana e di relazione.

• Ricordare e restare connessi con la persona (o l'animale domestico) morta

Per ricevere aiuto e saperne di più, contattami.

Kafka e la bambola viaggiatrice

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Un anno prima della sua morte, Franz Kafka visse un'esperienza insolita.
Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino, incontrò una bambina che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola.
Kafka si offrì di aiutarla a cercarla e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso posto.
Incapace di trovare la bambola, scrisse una lettera - da parte della bambola - e la portò con sè quando si rincontrarono.

“Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure.. ”, così cominciava la lettera.
Quando lui e la bambina si incontrarono egli le lesse questa lettera attentamente descrittiva di avventure immaginarie della bambola amata.
La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine Kafka le regalò una bambola. Ella ovviamente era diversa dalla bambola originale, in un biglietto accluso spiegò…
“I miei viaggi mi hanno cambiata”.

Molti anni più avanti la ragazza, cresciuta, trovò un biglietto nascosto dentro la sua bambola ricevuta in dono. Riassumendolo diceva:
"Ogni cosa che tu ami è molto probabile che la perderai, ma alla fine l'amore muterà il tuo vuoto in una forma diversa".

[Episodio raccontato dalla compagna dello scrittore, Dora Diamant]

Agire e reagire: la storia del vecchio samurai

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Molto tempo fa, nei pressi di Tokyo viveva un vecchio e rispettato samurai che aveva vinto molte battaglie. Il suo tempo di guerriero era passato e si dedicava ora ad insegnare ai più giovani, anche se sopravviveva la leggenda secondo la quale fosse tuttora in grado di sconfiggere qualsiasi avversario, non importa quanto forte.


Una sera d’estate, si presentò a casa sua un guerriero noto per la sua arroganza e la poca cavalleria. Era famoso per il suo carattere provocatorio e i pochi scrupoli. La sua strategia era quella di provocare l’avversario fino a quando questo, mosso dalla rabbia, abbassava la guardia e reagiva attaccando alla cieca. Si dice che non fosse mai stato sconfitto. E quel pomeriggio si proponeva di distruggere la leggenda del vecchio samurai per aumentare ulteriormente la sua fama. 

Presto il guerriero cominciò ad insultare il saggio samurai, arrivando a lanciargli pietre e perfino a sputargli in faccia. Così passavano i minuti e le ore, ma il saggio samurai rimaneva impassibile senza sguainare la spada. Giunta la sera, esausto e umiliato, il guerriero si dette per vinto.

I discepoli del samurai, irritati dagli insulti che aveva ricevuto il maestro, non capivano perché il vecchio non si fosse difeso e considerarono il suo atteggiamento come un segno di codardia. Quindi gli chiesero:
– Maestro, come hai potuto sopportare tale indegnità? Perché non hai sguainato la tua spada anche sapendo che stavi per perdere la battaglia piuttosto che agire in un modo così vile?

Il maestro rispose:
– Se qualcuno arriva con un regalo e non lo accettate, a chi appartiene il regalo?

– Alla persona che è venuta a consegnarlo!

– Bene, lo stesso vale per la rabbia, gli insulti e l’invidia… – rispose il samurai – Quando non sono accettate, continuano ad appartenere a chi le ha portate con sé.


Solo una antica storia zen? O è la realtà che spesso viviamo ogni giorno?
Quante volte ci capita di relazionarci con persone che vorrebbero farci "regali indesiderati” e tendono, anche in modo inconsapevole, a scaricare sugli altri i loro pesi, facendoci sentire in colpa, svalutati, scoraggiati?

Fateci caso. Sicuramente a tutti è venuto in mente qualcuno in particolare: un familiare, un collega, un conoscente...
Oppure episodi o situazioni frequenti che vi fanno “scattare” e reagire in modo automatico.

Cosa possiamo fare allora?


Nel momento in cui realizziamo che sono provocazioni, allora possiamo avere la consapevolezza e il potere di accettarli o rifiutarli.

Il primo passo è appunto capire la differenza tra “reagire” e “agire”.
Quando “reagiamo” siamo vittima dell’altro, siamo in realtà in suo potere, diamo all'altro il potere di influenzare le nostre scelte.
Sono quei pochi secondi che arrivano subito dopo l'emozione, quegli attimi in cui non si ha la prontezza di scegliere cosa fare ma non si può tornare indietro.

Quando ci limitiamo alla re-azione, seguiamo la via della soddisfazione immediata del bisogno, dell'impulso di rispondere alla provocazione.

Possiamo invece scegliere l'azione consapevole, la non-reazione attraverso la presenza e l’ascolto attivo.

- Inizia a individuare le situazioni e provocazioni specifiche che ti infastidiscono facendoti "scattare" una reazione immediata: ad esempio sentirti ignorato, non rispettato, svalutato, abbandonato...
- Cerca di risalire alla prima volta che ti sei sentito così: spesso situazioni attuali generano reazioni sproporzionate proprio perché sono associate ad eventi e significati passati non metabolizzati.
- Esercitati a non identificarti con le tue emozioni e sentimenti: tu provi rabbia, ma non sei la tua rabbia.


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Il dolore negato. Affrontare il lutto per la morte di un animale domestico

dolore negato gallucci petloss

Segnalo con piacere la presentazione del mio primo piccolo libro "Il dolore negato. Affrontare il lutto per la morte di un animale domestico" che si terrà venerdì 11 maggio alle ore 18.30 al Salone del Libro di Torino.

Da maggio in libreria e anche in versione ebook.
Segnalo anche il link direttamente alla casa editrice
https://www.graphe.it/scheda-libro/pier-luigi-gallucci/il-dolore-negato-9788893720359-523236.html

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Quando ad andarsene è il tuo amico a 4 zampe


Ringrazio Giorgiana Scianca e Susanna Barbaglia​ della rivista Donna Moderna​ per avermi ospitato su come affrontare la morte e il lutto per gli animali domestici, in vista della prossima uscita di un piccolo libro sul tema per Graphe Edizioni

Per approfondire puoi anche leggere il mio post Quando muore un animale domestico

petloss gallucci

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L'illusione della paura (racconto zen)

La paura è un’emozione che ci capita spesso di provare, ma a volte ci può bloccare.
Per affrontarla ecco un piccolo racconto della tradizione orientale zen.

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In un antico monastero cinese, c’era un monaco, che ogni volta che si ritirava in meditazione, vedeva un lupo inferocito che lo inseguiva. Egli non riusciva più a meditare a causa di questa visione. Aveva iniziato anche ad aver paura a prendere sonno la sera, perché ogni volta che chiudeva gli occhi era assalito da quell'animale così reale ai sensi.

Così un giorno andò dal suo maestro per chiedergli consiglio, e disse: “Maestro adorato, aiutatemi. Un lupo inferocito mi perseguita. Ho molta paura, non riesco più a meditare e neanche a dormire. Cosa devo fare?"
Il Maestro rispose: “Tieni questo pennarello, quando vedrai il lupo disegnagli una bella croce sul petto e vedrai che scomparirà”. Il discepolo era un po’ titubante, ma era anche molto fiducioso nel suo venerato maestro, così si mise subito a meditare con in mano il pennarello.

Quando chiuse gli occhi, dopo pochi attimi, il lupo apparve. Preso da grande forza e volontà nel vincere quella paura, quando il lupo gli saltò di sopra, prese il pennarello e fece una bella croce nel suo petto e il lupo, improvvisamente scomparve.

Preso da grande gioia, il giovane monaco, andò dal suo maestro per raccontargli della buona riuscita e disse: “Maestro, avevate ragione, quando ho fatto una croce sul lupo, improvvisamente scomparve. Ho vinto la mia paura, di questo ve ne sono grato, ma vi prego, spiegatemi cosa è accaduto al lupo?”.

Il maestro sorridendo gli disse: “Hai visto il tuo petto?”.
Il discepolo, così, chinò gli occhi sul suo corpo e vide che era segnato da una croce, la stessa fatta un attimo prima al lupo.

La paura e le preoccupazioni sono frutto dei nostri pensieri, ma a volte ci pensiamo così tanto che ci sembrano diventare realtà concrete.
Va riconosciuta e accettata e non necessariamente deve essere vista in maniera negativa.
Eliminare la paura è probabilmente persino impossibile, ma può essere compresa, gestita e affrontata a seconda delle situazioni di vita che stiamo attraversando, anche quando questo può farci star male.

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Conosci te stesso? 5 domande per iniziare a conoscersi un po' di più

Tutti noi abbiamo sentito almeno una volta nella vita e sappiamo quanto sia importante conoscere meglio sé stessi.
I nostri desideri, i punti di forza e debolezza della nostra personalità.

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A volte siamo così presi dai nostri ritmi di vita che dimentichiamo di prenderci del tempo per noi stessi, per conoscerci meglio.
Nel mio lavoro è importante conoscere il proprio modo di vedere noi stessi, gli altri, le cose.
Conoscere i propri pensieri, emozioni, desideri e comportamenti.

Ecco allora 5 domande per iniziare insieme a scoprire un po' più di sé.

1. Cos'è che ti rende unico e speciale?

Non c’è persona al mondo che sia come te (nemmeno se hai un fratello/sorella gemello).
Ti sei mai concentrato su chi sei e non su chi vorresti essere? Su ciò che ti rende speciale e non su ciò che gli altri si aspettano da te?

2. Come ti vedono gli altri?

Le persone ti vedono per quella persona speciale che sei? Se no, come potresti cambiare il modo in cui ti considerano?

3. Se morissi domani, saresti felice della vita che hai vissuto?

Eh lo so che il tema della morte non è facile, ma è una cosa a cui dobbiamo pensare tutti prima o poi.
Hai vissuto una vita buona e soddisfacente? Hai lasciato un buon messaggio e un buon ricordo di te alle persone importanti che ti sono accanto?

4. Qual è il libro o film che ti piacerebbe leggere/guardare più volte?

La nostra mente umana reagisce molto alle storie e ai racconti, così la storia che ti emoziona di più è quella che può dire molto di più su di te. Qual è il tema e il valore di quella storia per te?

5. Per che cosa sei grato?

Se non ti sono venute in mente prontamente risposte come la tua famiglia e amici, la tua salute, le tue capacità di vedere, sentire, camminare e parlare, dovresti cominciare a cercare di sviluppare un po’ di più il senso di gratitudine verso te stesso, gli altri e le cose intorno.

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"Perché anche se ho capito quello che mi fa stare male, poi non lo evito?"

Mi chiedono spesso come mai una persona può anche capire le cose che la fanno stare male, ma poi non riesce a starne lontano.

Provo a spiegarlo con un piccolo esempio che mi hanno raccontato.

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Quando i bambini sono piccoli, sono curiosi del mondo, lo esplorano, così tanto che a volte rischiano ad esempio di infilare le piccole dita nella presa della corrente...
Allora arriva un adulto vigile e attento e lo allontana dal pericolo.
E magari lo rimprovera, e gli spiega, a parole o con gesti, il rischio che corre, che si può fare molto male.
Una volta, e poi due e poi tre.

Cos'è che farà in modo che quel bambino nelle sue esplorazioni eviti il pericolo di fulminarsi?
Aver ascoltati i rimproveri? Aver capito le spiegazioni?
No. O meglio non solo quello (magari fosse così semplice!). 

Quello che lo può proteggere, che ci può proteggere, è il pensiero dell'Altro,
che un Altro (un adulto) si è preoccupato di proteggerlo.
Una volta, e poi due e poi tre.

Avere abbastanza valore da far muovere e attivare le risorse dell'Altro è un pensiero che fortifica e protegge.
E con il passare del tempo, quel bambino potrà pensare a sé stesso come una persona da proteggere (e che può proteggere altri).

Così in psicoterapia.
Suggerimenti, consigli, spiegazioni, interpretazioni sono in realtà spesso pretesti.
Quello che ti dà forza e valore, che ti fa sentire degno di essere protetto è il fatto che un Altro si fermi al tuo fianco e passi un po' di tempo a usare le sue risorse e competenze per provare a proteggerti.

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Cosa fa uno psicologo? [Sii paziente]

Mi chiedono spesso cosa faccio come psicologo.

Al posto di fare il consueto spiegone, questa volta mi giunge in aiuto questa poesia.

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"Sii paziente verso tutto ciò
che è irrisolto nel tuo cuore e…
cerca di amare le domande, che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti
in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che possono esserti date
poiché non sapresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga,
di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta"

Rainer Maria Rilke (da "Lettera ad un giovane poeta")


Aiuto i pazienti a coltivare la pazienza,
ad amare e ascoltare le proprie domande,
mettendosi in condizione di accettare ciò che non si rivela subito,
che non ha un riscontro o significato immediato.

C’è tempo per le proprie risposte,
nel frattempo bisogna vivere le domande.
Ora.

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Buoni propositi per l'anno nuovo

"Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando togli gli occhi dalla meta" (Henry Ford)

buoni propositi anno nuovo

All'inizio di ogni nuovo anno, un classico. Prendiamo molti impegni con noi stessi, pure troppi! La famosa stagione dei buoni propositi che si trasformano in s-propositi.
Quando abbiamo un intero anno davanti a noi ci sbizzarriamo: "Con il nuovo anno voglio..." ottenere una promozione sul lavoro, trovare l'amore, smettere di fumare, ritrovare la forma fisica ecc
Nelle prime settimane di gennaio vogliamo sempre un po' strafare, arrivando a febbraio già demotivati.

Perché non riusciamo a portare a termine i nostri buoni propositi?

Troppo spesso è proprio il modo in cui definiamo i nostri obiettivi a fare la differenza tra raggiungerli o no.
- Cerchiamo di cambiare le cose, spesso insieme, in modo troppo esagerato e improvviso, ma in questo modo la nostra determinazione si esaurisce presto.
- Nel tentativo di cambiare le vecchie abitudini, siamo sopraffatti o impauriti dalle difficoltà che emergono o dalle distrazioni della routine quotidiana. Bisogna essere consapevoli che il raggiungimento di ogni obiettivo comporta inevitabilmente qualche sacrificio.
- Cerchiamo di fare cose che in realtà non sono nostri desideri autentici: il cambiamento profondo nasce da un qualche tipo di scelta, che non avviene perché lo chiedono gli altri, ma dipende principalmente dalle nostre esigenze e responsabilità.
- I nostri propositi sono spesso in teoria molto belli ma fumosi e non prevedono azioni concrete, anche piccole nell'immediato.

Qualche suggerimento per realizzare i nostri (pochi ma buoni) propositi


Concentrarsi su un obiettivo per volta

Conviene concentrare le proprie energie per raggiungere un obiettivo alla volta. E' spesso inutile tentare di smettere di fumare, mettersi a dieta e iniziare la palestra nello stesso momento.

Individuare un obiettivo e, se troppo complesso, scomporlo

I nostri obiettivi, soprattutto se impegnativi, non devono necessariamente essere raggiunti in un colpo solo, anzi, solitamente la strada è composta da tante e piccole mete intermedie, passo a passo. Tanti piccoli obiettivi raggiunti sono meglio di un grande obiettivo mancato.

Trovare passioni tue

Se devi scegliere pochi buoni propositi è fondamentale che ti ispirino profondamente, che siano tuoi.
Desideri veramente raggiungere gli obiettivi che ti sei posto per il nuovo anno? Sei stato tu a deciderli o sono imposti da altri (genitori, amici, partner ...)?
Prenditi qualche minuto per riflettere su cosa desideri veramente realizzare per il nuovo anno.
Per ottenere risultati importanti nel nuovo anno devi porti obiettivi su cui avere pieno controllo e responsabilità.

L’obiettivo deve essere esplicitato in termini positivi

Quando ci si pone un obiettivo di cambiamento, è più utile dire cosa si vuole ottenere, invece che ciò che non si vuole più. Ad esempio, non serve dire: “Non voglio essere grasso”, ma meglio “Voglio essere nel mio peso-forma ideale”.
Questo perché un obiettivo espresso in termini negativi tende a portare la persona verso ciò che teme, e non verso ciò su cui invece bisogna concentrarsi.

L’obiettivo deve essere specifico, osservabile e verificabile concretamente

Gli obiettivi devono essere il più possibile concreti, non vaghi e generici.
Per esempio l'obiettivo "Vorrei essere più socievole" potrebbe essere riformulato in termini concreti come "Mi piacerebbe parlare di più quando sono con estranei".
Un altro esempio: se per il nuovo anno desideri tornare in forma, non porti come obiettivo quello di “fare più sport”, definisci piuttosto quante volte ti allenerai a settimana.

"Guardarsi" dentro l'obiettivo

Un altro passo utile è quello di guardarsi come se avessimo già raggiunto l'obiettivo, per crearsi un "effetto Pigmalione" positivo. È utile immaginare come ti comporteresti (diversamente dal solito) se avessi già raggiunto quel traguardo.
Per esempio, se sei una persona timida e insicura, potresti chiederti "Come mi comporterei in quella determinata situazione se fossi una persona socievole e sicura di me?".
Oppure se sei una persona che si lamenta troppo, potresti chiederti "Di cosa parlerei se fossi una persona che non si lamenta?".

Pianificare in anticipo e considerare gli ostacoli

Quando decidi di mettere in pratica un buon proposito, i primi giorni sono cruciali. Se parti allo sbaraglio, le probabilità di abbandono sono altissime. Queste domande possono aiutarti a focalizzare bene ciò che ti aspetta. Di quali risorse e competenze hai bisogno per raggiungere i risultati che desideri? Devi trovarti in un ambiente o situazione specifica? Conosci qualcuno che ha già raggiunto il tuo obiettivo e può aiutarti? 
Non farti cogliere impreparato, pensa in anticipo a quali possono essere le possibili difficoltà per ridurne gli effetti. Ad esempio, se hai deciso di andare in palestra, ma sai che perderai presto la motivazione, prova a trovare un compagno di allenamento (o cercare almeno una persona che fa il tifo per voi): sarà la vostra fonte di incoraggiamento.
Gli incidenti fanno parte del percorso, non sono un’eventualità del destino. Tutt'altro: è una questione di perseveranza.

Buon Anno Nuovo!

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Le radici dell'autostima

L’autostima è il pensiero di valore che diamo a noi stessi.
Nutre le nostre forze interiori, dà ossigeno al coraggio.

Per superare le difficoltà della vita è indispensabile una buona forza interiore, dobbiamo sentire quanto valiamo per poterle affrontare.

Per capire da cosa è formata l'autostima, possiamo immaginarla come un albero con quattro radici principali: l’autostima esistenziale, l’autostima psicologica, l’autostima materiale e l’autostima sociale.

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Autostima Esistenziale: valiamo perché esistiamo

La radice più profonda (e spesso dimenticata): ognuno di noi nasce con un valore intrinseco in sé: Io valgo in quanto esisto e niente e nessuno ce lo può togliere. Indipendentemente da quello che pensiamo, abbiamo, facciamo o non facciamo.

Autostima Psicologica: valiamo perché siamo

L’autostima psicologica è un sentimento che nasce dalle nostre capacità, indipendentemente da quello che otteniamo: impegno, accettazione, consapevolezza, perseveranza, gioia, amore, onestà, creatività.

Tanto più ci costruiamo una buona autostima psicologica, tanto meno ci importerà delle critiche degli altri o di aver sbagliato.

Autostima Materiale: valiamo perché possediamo qualcosa?

L’autostima materiale nasce da quello che abbiamo, materiale o no: denaro, oggetti, prestigio, potere.

La radice più vistosa ma fragile.
Perché l’autostima è un fenomeno del mondo interiore, non dipende da quello che si ha, ma da quello che si è, ha a che fare con l'essere non con l'avere.

Autostima sociale: valiamo perché gli altri lo dicono?

L’autostima sociale non è basata sul reale valore di sé, ma su quello che ci attribuiscono le altre persone.
L'importante è che gli altri lo credano: pur di ricevere approvazione ed evitare critiche, si agisce come gli altri si aspettano che agisca.

L’autostima sociale è poco consistente, dà poca forza e dura poco, giusto il tempo di tornare soli con se stessi.

Da tutto questo va da sé che, per essere forte e stabile, è necessario che la nostra autostima sia composta soprattutto da autostima esistenziale e psicologica in modo da diventare inattaccabile e meno dipendente possibile dagli oggetti o dalla considerazione degli altri.

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Webinar online: Il lavoro psicologico con le persone lesbiche, gay, bisessuali

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Il 31 ottobre dalle ore 19 condurrò un webinar online per studenti di psicologia, psicologi e psicoterapeuti sul tema:

Orientamenti sessuali e identità di genere: Il lavoro psicologico con le persone lesbiche, gay e bisessuali.

ISCRIZIONI APERTE su http://www.aipcg.it/corsi-online/product/view/1/9.html

5 falsi miti sul lutto

Quando muore qualcuno, spesso non sappiamo cosa fare.
Fin da bambini ci insegnano tante cose: come parlare, come scrivere, come comportarci in certe situazioni, ma nessuno ci insegna che cosa dobbiamo fare quando le persone o gli animali muoiono.
E ci ritroviamo nel lutto.

Oggi parliamo di 5 miti che spesso affrontiamo nel lutto, credo che siano familiari a molti.

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Gustav Klimt, Morte e Vita

#1 Soffri sì, ma da solo

Quando soffriamo vogliamo stare da soli. Quando qualcuno piange si apparta.
Così ci hanno insegnato: di fronte al lutto (ma non solo) non bisogna mai piangere in pubblico, bisogna reprimere emozioni e sentimenti.
Mostrare la tristezza non va bene.
La tristezza non ha compagnia come la gioia.
Questo in realtà ci mostra solo che la tristezza è un'emozione indesiderata sì, ma dagli altri, che si sentono a disagio di fronte ad un’altra persona triste e sofferente.
La tristezza è un’emozione come un’altra, è impossibile da evitare.

#2 "Il tempo cura tutto"

Un altro mito è che con il passare del tempo si dimentichi tutto, che il dolore scompaia.
Il lutto ha un tempo prestabilito? No, il lutto ha un tempo soggettivo: per alcun persone può durare giorni, per altri mesi e per altri anni.
La credenza che “con il tempo tutto passa” nasce perché con il tempo non si è più così tristi come all'inizio. Ma ciò non significa che quel dolore e quella ferita così vengono curati.
Dobbiamo ricordarci ed essere consapevoli che abbiamo perso qualcuno per noi importante.
La durata del lutto dipende in gran parte da noi, dall'affetto che provavamo e da quello che significa per noi la persona che è morta.
Non superiamo il lutto quando vogliamo, lo superiamo quando siamo pronti.

#3 "Devi distrarti"

Le distrazioni ci possono dare sollievo momentaneo, ma non curano le nostre ferite.
Possiamo rimandare il nostro lutto, ma non ingannare le nostre emozioni, che prima o poi ricompariranno di nuovo, se possibile più forti.
Anche se non lo volete, lo rifiutate o lo evitate, il dolore continuerà a esserci.
Non resta che accettarlo, lasciarlo scorrere, sentirlo.
E affrontarlo.

#4 "Chiodo schiaccia chiodo"

La credenza qui è che, per superare una perdita, dobbiamo rimpiazzare un buco, un vuoto.
Ad esempio, se muore il nostro animale domestico e ne compriamo un altro, cosa significa? Cosa ci stiamo dicendo?
Sostituire qualcuno ci darà il sollievo che cerchiamo di fronte al dolore? Ci farà sentire più forti?
Perché scappiamo dal nostro dolore?
Suggerisco di evitare di cercare di rimpiazzare qualcosa o qualcuno a cui abbiamo tenuto.
Anche se ci saranno altre persone, animali o relazioni che possono entrare a far parte della nostra vita, non saranno la stessa cosa.

#6 "Sii forte!"

Più si cerca di sopportare ed essere forti, più è facile crollare di fronte alla morte.
Questo accade perché ci si porta il dolore dentro, si indossa la maschera della forza, mentre dentro si sta andando in frantumi.
Perché non possiamo mostrarci fragili? Sentiamo e soffriamo come essere umani.
Non può essere diversamente. Perché non siamo oggetti inanimati!

Questi sono 5 falsi miti frequenti sul lutto: vi siete identificati in qualcuno di questi?
Prima ne diventiamo consapevoli, prima cogliamo come il dolore non indebolisce, ma rende invece coscienti di quello a cui eravate tanto legati.

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Con il tempo il dolore passa?

Gallucci psicologo torino

Dicono che il tempo guarisce le ferite.
Che con il tempo tutto passa, tutto si dimentica.

Non è poi così vero.

Provare un dolore emotivo è un'esperienza inevitabile che fa parte della vita.
Che si tratti di un dolore legato a un evento traumatico, una perdita, una ferita d'amore o una delusione,
non è importante tanto che il tempo passi, ma come noi passiamo quel tempo.

Sappiamo che il tempo è soggettivo.
Il tempo è lento quando aspettiamo.
Il tempo è veloce quando siamo in ritardo.
Il tempo è pesante quando siamo tristi.
Il tempo è troppo breve quando siamo felici.
Il tempo sembra non finire mai quando soffriamo.

Il tempo di per sé non guarisce nulla, direi meglio che al limite alleggerisce.
Leviga come l'acqua i ciottoli.

Niente passa del tutto, soprattutto ciò che ci ha feriti profondamente, come taglio netto e deciso.
Possiamo ricordarlo sempre, sarà parte di noi anche quando farà parte del passato in modo definitivo.
Le ferite si rimarginano meglio se ce ne prendiamo cura.
Altrimenti rimangono le cicatrici, che pungono e tirano.

Il tempo da solo non basta.
Ciò che fa la differenza è prendere consapevolezza.
La consapevolezza è il balsamo necessario perché il tempo possa guarire le ferite, aiuti a sopportare certi dolori, certi pesi.

Il semplice passare di giorni, mesi, a volte anni, finisce solo per invecchiarci senza maturazione, senza possibilità di comprendere e cambiare.
Senza la consapevolezza il tempo si ferma e rischiamo di rimanere impantanati nella sofferenza, nel lutto, nella rassegnazione.

Ecco perché importante sapere che occorre sviluppare modi per lenire il dolore e saper gestire le difficoltà della vita.
Reagire, elaborare e condividere proprie emozioni e pensieri e cercare aiuto da parte di uno psicologo professionista sono alcuni modi che possono aiutarti a superare il dolore emotivo.

Perché più che tutto passa, penso che tutto si può superare e affrontare, per andare avanti.

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Mi sento triste. Come non confondere la tristezza con la depressione

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La tristezza e la depressione hanno molte caratteristiche in comune ma, contemporaneamente, sono due concetti e vissuti profondamente differenti.

In realtà, la tristezza è un’emozione, una normale reazione agli eventi della vita che ci toccano, ogni giorno.
Essere tristi non significa essere depressi, anche se spesso nel linguaggio comune le persone usano le due parole come fossero sinonimi.

La tristezza è un'emozione che nessuno di noi vorrebbe provare, ma è inevitabile: come le altre emozioni, la tristezza è uno dei colori emotivi della nostra vita, intrinseca alla nostra natura umana (e anche animale).
Più che evitarla, quindi, dovremmo ri-conoscerla e imparare ad accoglierla.

Nella vita possiamo essere tristi per molti motivi: la perdita di qualcuno che abbiamo amato, un cattivo voto, una perdita reale o simbolica...
Ma è grazie alla tristezza che possiamo rielaborare le nostre esperienze e agire in modo differente.
La tristezza ci viene in aiuto diventando essa stessa motivo di nuove azioni, cambiamenti e soluzioni.

Una profonda tristezza mantenuta nel tempo può però cedere il passo alla depressione.
Anche se la depressione di solito ha una forte componente biologica e genetica, eventi importanti come la perdita di una persona amata o un pesante fallimento possono generare una tristezza tale da portare alla depressione.
Questo significa che tutti, chi in misura minore chi maggiore, abbiamo il rischio di cadere in depressione.

Quando la tristezza si prolunga in modo eccessivo e influenza in modo negativo la vita personale, allora è consigliabile chiedere aiuto a uno psicologo.
Ed è importante sapere che, come per qualunque tipo di malattia, più aspettiamo a chiedere aiuto, più aumentano le probabilità che appaiano altri sintomi e disturbi associati che peggiorano il quadro depressivo.
Prima di parlare di depressione, ci deve essere una diagnosi effettuata da un clinico (psicologo o psichiatra), che inquadri la situazione complessiva della persona e formuli un trattamento di psicoterapia e/o farmaci.

Ecco perché è importante avere qualche spunto per capire meglio le differenze tra tristezza e depressione.

#1 La tristezza è un’emozione fisiologica, la depressione è un disturbo psicologico
Come detto la tristezza è un'emozione e, in quanto tale, ha un valore adattativo, serve a darci la carica fisiologica per aiutarci ad affrontare le difficoltà e le perdite. In effetti, se ci pensiamo, possiamo sentirci più motivati a (re)agire quando siamo tristi, piuttosto che quando siamo belli soddisfatti e felici.

Invece, la depressione è un disturbo psicologico, e la tristezza ne è solo uno dei sintomi. Il quadro depressivo è accompagnato da: vissuti di impotenza, disperazione e profonda perdita di piacere. Chi è depresso ha spesso sensi in colpa, difficoltà di concentrazione e a prendere delle decisioni. In molti casi ci si isola dagli altri e ci si rinchiude nei propri pensieri negativi, di morte, a volte di suicidio.

#2 La tristezza è uno stato mentale passeggero, la depressione dura nel tempo
Come tutte le emozioni che possiamo sperimentare, la tristezza è fugace: si può essere tristi anche per una questione di poco e soffrire, ma il tutto dura poche ore o giorni.

La depressione invece è una condizione di sofferenza psicologica cronica che viene diagnosticata dopo che una persona ha mostrato gli stessi sintomi per almeno sei mesi.

#3 La depressione influenza profondamente la vita quotidiana
Quando siamo tristi non abbiamo molta voglia di fare, possiamo sentire stanchezza, poco o nulla ci interessa.
Eppure, malgrado questo, siamo in grado di continuare a vivere nella nostra routine quotidiana, fatta di cura di sé, studio o lavoro, faccende domestiche, incontri con gli altri e possiamo anche godere dei piccoli piaceri quotidiani, anche se con più fatica del solito.

Nella depressione invece la perdita di iniziativa e piacere possono durare per settimane o anche mesi: la persona sente che anche le attività quotidiane più banali e basilari sono insormontabili e senza alcun senso.

Infine, dunque, dobbiamo tener conto che, mentre la tristezza va riconosciuta, accolta e vissuta come emozione, un quadro di depressione ha bisogno invece di terapia psicologica adeguata.

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L’amore non basta per amare

gallucci psicologo torino

Non si può amare solo con la voglia di amare.
Con il voler amare.
Con il voler restare.
Con il crederci.
Con io lo amo.
Perché poi non basta.
Non regge.
L’amore non basta per amare.
Bisogna che ci sia la storia, per amare.
La vita, per amare.
Non bastano le parole, per amare.
Neanche quelle giuste, bastano.
Neanche le parole d’amore bastano per amare.
Dobbiamo fare una passeggiata.
Dobbiamo cenare insieme.
Leggere un giornale.
Andare a fare la spesa.
Fare una cosa insieme.
Che sia nostra.
Che siamo noi.
Io e te.
Non basta fare sesso per fare l’amore.
Anzi.
Ci vogliono i baci.

Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte.
Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta.
Ci vuole tempo.
Non puoi non esserci mai.
Per amare ci vuole una storia. Da fare e raccontarsi.
Non puoi non aver voglia di parlare.
Non puoi parlare sempre.
Una storia da fare insieme.
Non puoi trovare tutto pronto.
Arrivare quando tutto è fatto.
Io amo solo chi fa la giornata con me.
Chi fa la vita con me.
Chi fa la spesa con me.
Chi fa una passeggiata con me.
Chi fa tempo con me.
Chi fa storia con me.
Non amo se no.
Amo solo chi sa stare tutto con me.
Chi parla con me.
Chi torna da me.
Chi chiama per non dire niente.
Chi mi bacia la testa, tra i capelli, passandomi vicino.
Chi mi porta i capelli indietro.
Io non le voglio le romanticherie.
Voglio le cose che sono nella mia giornata.
Voglio che sono con te.
Fatte con te.
Raccontate a te.
E poi ti racconto le cose solo mie.
Che faccio io.
Entro e esco dalla tua vita.
E tu dalla mia.
Come l’ago che cuce.
Come l’ago che per unire, entra e esce.


(Mauro Leonardi)

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Dipendenza affettiva e amore

gallucci psicologo torino

Spesso incontro persone che soffrono per amore.
In teoria l’amore non dovrebbe far soffrire, anzi.
Certo, nelle storie d'amore tra due persone ci possono essere difficoltà, conflitti, momenti alti e bassi, ma se la sofferenza è costante, quotidiana, consuma le energie e la relazione stessa è possibile che si tratti di dipendenza affettiva.

È facile confondersi e non accorgersene perché in entrambe le situazioni si è coinvolti dalle emozioni e sentimenti che proviamo per l'altra persona.
Ciò che cambia invece è l’insieme di pensieri e sensazioni che proviamo e gli effetti che hanno verso noi stessi e l'altro.

5 differenze tra amore e dipendenza affettiva a cui prestare attenzione

  • 1 Chi (si) ama vuole condividere la vita con il partner amato. Le parole chiave di ogni buona storia d’amore sono simmetria e complementarietà. Diversamente, nel rapporto di coppia può prevalere uno sbilanciamento eccessivo e dinamiche di competizione

  • 2 L’attenzione in amore è molto più rivolta alla persona amata e alla relazione stessa, molto meno verso sé stessi

  • 3 L’amore vuole il bene dell’altro, la dipendenza affettiva invece ha bisogno dell’altro. Chi ama è capace di stare anche lunghi periodi senza la persona amata, senza bisogno di ricerca costante di rassicurazione

  • 4 Riuscire ad avere fiducia nell'altra persona è un requisito fondamentale quando si incontra il partner giusto (e si può recuperare anche in caso di delusioni). Se mancano le fondamenta, la relazione d'amore è molto più fragile

  • L’amore fa stare bene, genera sensazioni gradevoli, emozioni positive e senso di libertà. La necessità invece di chi dipende affettivamente è quella di manipolare l'altro in modo più o meno cosciente, proiettando aspettative personali, mancanze o vuoti da riempire.

Una coppia cresce insieme, matura per far fronte alle cose della vita.
L'amore è possibilità, non limiti,
è respirare, non affannarsi.
L'amore è l'incontro di due unità, non la somma di due metà.

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La locanda

gallucci psicologo torino

"L’essere umano è una locanda,
ogni mattina arriva qualcuno di nuovo.

Una gioia, una depressione, una meschinità,
qualche momento di consapevolezza arriva di tanto in tanto,
come un visitatore inatteso.

Dai il benvenuto a tutti, intrattienili tutti!
Anche se è una folla di dispiaceri
che devasta violenta la casa
spogliandola di tutto il mobilio,

lo stesso, tratta ogni ospite con onore:
potrebbe darsi che ti stia liberando
in vista di nuovi piaceri.

Ai pensieri tetri, alla vergogna, alla malizia,
vai incontro sulla porta ridendo,
e invitali a entrare.

Sii grato per tutto quel che arriva,
perché ogni cosa è stata mandata
come guida dell’aldilà".


Gialāl ad-Dīn Rūmī, poeta mistico persiano, fondatore della confraternita sufi dei dervisci.

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Proiettare sugli altri

gallucci psicologo torino

"Invece di osservare noi stessi spesso disprezziamo gli altri.

Questa si chiama proiezione: cioè proiettiamo sugli altri i problemi
che abbiamo dentro noi, trasferendoli su coloro che sono del tutto “innocenti”.

Così facendo evitiamo di guardare noi stessi.

Tutti ci siamo comportati in questo modo in situazioni difficili e
siamo tutti, più o meno, stati oggetto di proiezioni da parte degli adulti,
quando eravamo bambini.

Esempio: quando un adulto è sotto stress a causa di problemi personali,
è facile che dica a un bambino: “
Come sei piagnucolone e noioso!
Smettila! Sei davvero impossibile!”.
Questo è un tipico esempio di proiezione: trasferire un problema
personale, su qualcuno che non c’entra affatto.

Molti di noi sono trattati così da bambini: gli adulti scaricavano
addosso a noi i loro problemi. E così la maggior parte di noi ha imparato
quanto possa essere semplice “risolvere” i problemi della vita:
basta dare la colpa a qualcun altro.

Questo è, naturalmente, poco costruttivo.
Trovate il modo di parlare apertamente delle proiezioni con i vostri
amici e colleghi.

Cosa fare quando vi accorgete che state proiettando qualcosa su
qualcuno?
Il primo passo, sicuramente, l’avrete già intrapreso!
Consiste nel vedere e nel sapere che lo state facendo"

(Pollak, 2015)

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Non so cosa dire: come parlare di tumore in famiglia

“Il difficile sta nel cominciare”

gallucci psicologo torino

Un tumore sconvolge la vita.
La sconvolge nei progetti, negli equilibri, nelle dimensioni personali e relazionali delle persone.

Uno degli aspetti più difficili che ho riscontrato spesso durante il percorso di cura è quello di affrontare l’argomento “tumore” con i familiari: il cancro diventa inevitabilmente una questione di famiglia.

Non so cosa dire è la frase più frequente delle persone che si trovano ad affrontare il tumore dei loro familiari.
Comunicare e affrontare questo tipo di argomento è spesso difficile e doloroso: si ha paura di parlare nel momento sbagliato, di non dire la "cosa giusta", è difficile trovare le parole adatte per dirsi qualcosa.

Possono prevalere dubbi, domande, paure.
Come si fa a comunicare una malattia grave alle persone più care? Si può avere voglia di urlare il proprio dolore e le proprie angosce? Come si fa a pronunciare la parola “tumore” anziché usare termini come “il male”, "la macchia", “quella cosa”...?

Purtroppo non ci sono formule magiche, “frasi giuste” da dispensare al bisogno come bacchette magiche.
Più che mai quello che conta non è soltanto ciò che diciamo, ma soprattutto come lo facciamo.
Non c'è tanto IL momento giusto, ma ci può essere invece qualche piccolo suggerimento per maturare e concedersi UN momento giusto:

  • Cercare le proprie parole, quelle che ognuno sente, con i suoi modi e tempi. Non c’è un momento in cui “dovrebbe succedere” o si “dovrebbe dire”…
  • Concedersi il tempo necessario, prima di tutto a sé stessi e poi agli altri
  • La comunicazione verbale va bene, ma ricordiamoci che ci sono i canali non verbali: ci si può toccare, stringere la mano, accarezzare, abbracciare. La comunicazione non verbale è il canale migliore per trasmettere all'altro non solo il contenuto, ma soprattutto la parte relazionale ed affettiva di cosa vogliamo comunicare
  • Stare in silenzio a volte può essere la migliore comunicazione possibile in una situazione delicata perché permette di so-stare in presenza dell'altro senza il bisogno di riempire un vuoto con parole inautentiche e inefficaci
  • Autorizzarsi di vivere le emozioni qui-e-ora, momento dopo momento, così come vengono: spesso per paura si evita di "vomitare" le emozioni e si reprimono. Ma provare e comunicare le proprie emozioni, anche quelle negative, non è segno di debolezza, anzi, fa parte del processo comunicativo e relazionale. E condividerle favorisce la creazione di uno spazio di confronto, dialogo e partecipazione per tutti
  • Stare nell'incertezza è difficile ma necessario: ricordiamoci che nessuno ha le risposte sempre a tutto, che rispondiamo quando possiamo e diciamo “non lo so” quando non le abbiamo
  • Essere pronti a usare in modo adatto una giusta dose di umorismo che può aiutare la comunicazione e la relazione anche di vissuti difficili.

A volte il senso d'impotenza di fronte alla malattia grave sollecita una tendenza all'iperprotezione, ma spesso con le migliori intenzioni si ottengono effetti contrari: si rischia di evitare l'argomento, dare consigli non richiesti sul come e cosa si “dovrebbe” fare per stare meglio, sostituirsi quasi alla persona malata.

Desiderare di aiutare le persone care che soffrono è un sentimento molto nobile, e un buon modo per farlo è quello di promuovere il loro benessere e autonomia in modo funzionale e graduale, in quello che si può fare, aiutandole in piccole occasioni quotidiane.

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