L'albero dei desideri

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Leggenda cinese
Per chi pensa che la causa di emozioni e sentimenti sia sempre ESTERNA, per cui si può fare ben poco per controllarli, per superare i cambiamenti, le difficoltà, la depressione, l'ansia...

Un viandante cinese, stanco e sfinito da lunghe peregrinazioni, sedette sotto un albero per riposarsi un po’. Ma ignorava di aver preso stanza sotto l’Albero Divino: l’Albero della Preghiera che sale direttamente a Dio, giungendo ad esaurire ogni moto dell’animo.

Gli venne in mente che sarebbe stato ben piacevole potersi distendere su di un soffice letto per schiacciare un sonnellino. Appena sorta in lui quest’idea, ecco comparirgli dinanzi un allettante giaciglio. Piacevolmente sorpreso, il viaggiatore vi si distese beato.

Presto gli venne anche fame. “Perché non chiedere qualcosina da buttar giù?” E subito si vide davanti una quantità di cibi squisiti.

Allora pensò che sarebbe stato ben dolce avere accanto a sé una presenza che gli tenesse un po’ di compagnia. E subito apparve al suo fianco una deliziosa fanciulla che prese a fargli vento con un ventaglio di piume.

Rinvigorito e saziato, il viandante cominciò a rimuginare su tutti quei singolari interventi. Ma invece di render grazie, si lasciò invadere dalla diffidenza e dal dubbio.
“Qui gatta ci cova”, pensò, “certo sono stato attirato in un tranello per servire da esca a qualche belva in agguato”.

Non appena ebbe formulato questo pensiero, si trovò chiuso in una gabbia in compagnia di una tigre che, senza tanti complimenti, se lo divorò.

[La nostra mente è popolata di pensieri e desideri. E capita spesso che si avverino...]

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Aiutare è un atto di forza

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Storiella dedicata a chi pensa che DEVE sempre mostrarsi adeguato e competente in tutto ciò che fa.

Un giorno, un bambino cercava di sollevare una grossa pietra, ma non riusciva a smuoverla.
Suo padre, che l’osservava, alla fine gli disse:
– Sei certo che stai usando tutta la tua forza?
– Sì – gridò il bambino.
– Non è vero, non mi hai chiesto di aiutarti.
(Anonimo)

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Emozioni dolorose: gestirle o affrontarle?

"Quando qualcuno vi chiede "Come ti senti?", è difficilissimo trasformare processi neurali così elusivi e dinamici in un'asserzione verbale"
(Daniel J. Siegel, psichiatra, 1999)

Ci sono sensazioni ed emozioni a volte troppo intense, spaventose, pericolose...
Ma dobbiamo sapere che delle emozioni dolorose possiamo farne tendenzialmente due cose: gestirle oppure affrontarle.

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Gestire le emozioni difficili significa cercare di trasformare il nostro stato d'animo negativo in qualcosa di più positivo. Succede spesso in questi modi:

  • Agire, fare qualcosa: ad esempio, mettere in ordine, fare le pulizie, controllare in modo ossessivo qualcosa o qualcuno, allontanarsi, mangiare, bere o fumare, assumere droghe, attaccare qualcuno. Persino togliersi la vita è un modo estremo di gestire le emozioni attraverso l'azione
  • Sostituire l'emozione dolorosa con una più facile da comunicare e gestire: ad esempio sostituire sensazioni di rabbia o dolore con altre più tollerabili, con frasi come "Sono stanco", "Ho fame", "Sono confuso"
  • Concentrarsi su un'emozione meno minacciosa: ad esempio un uomo invece di ammettere di essere arrabbiato con sua moglie, si può mostrare più preoccupato, chessò, che possa rompersi la caldaia...
  • Rimpiazzare l'emozione dolorosa con una preoccupazione per un sintomo corporeo: la paura suscitata da sensazioni mentali pericolose si concentra e si trasforma in paura per sintomi corporei, a volte fino a generarli effettivamente.

Gestire le emozioni dolorose quindi non significa riflettere o accettarle in modo da poterle affrontare, ma ricorrere ad azioni specifiche o espedienti mentali più o meno consapevoli per smettere di provarle, impedire che arrivino alla coscienza, evitare perfino di ammettere che esistano.

Al contrario, affrontare le emozioni dolorose significa accettarle e riflettere su di esse, meglio se in presenza di un altro che, con empatia, possa essere d'aiuto.

E' affrontando le emozioni provocate dalle esperienze relazionali dolorose che le si può assimilare e cambiare.

Al contrario, se non si affrontano, possono continuare a fare danni nella vita di una persona, anche a lungo termine.
Perchè il passato non può diventare tale finchè non viene affrontato nel presente.

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Quando qualcuno mi dice "Mi sento depresso"

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"Quando qualcuno mi dice <Mi sento depresso>, io non so che cosa significhi, è un'affermazione vuota.
Nessun contenuto sensoriale, nessuna immagine.
La parola è un compromesso con la depressione, che aiuta a reprimerla, ammettendola in modo vago, astratto.
Perciò nella pratica, io voglio ottenere risposte più precise, arrivare al linguaggio di Venere, a esprimere con le parole la sostanza, l'immagine dello stato dell'anima, la sua inclinazione complessiva: tutto ciò che è scomparso sotto il peso di un termine <tecnico> vacuo e insulso come <depressione>.
Questo è un terribile impoverimento dell'esperienza reale"
(James Hillman, 1983)

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Il lutto in adolescenza

Il processo di elaborazione del lutto è sempre complesso, ma quando la morte di un genitore o di una persona cara avviene durante l'adolescenza lo può essere di più.

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Sappiamo che l'adolescenza, con i suoi grandi mutamenti fisici, psicologici e relazionali è una fase di transizione critica della vita: il corpo e la mente cambiano e abbandonano i loro tratti infantili e debuttano nel mondo adulto.

L'adolescente si trova a metà strada tra il mondo infantile e quello adulto, oscilla tra dipendenza-attaccamento e aggressività-insofferenza nei confronti della famiglia e delle sue regole. Comincia ad affermare e costruire la propria identità, ma per fare ciò deve abbandonare le sicurezze e il senso di protezione dell'infanzia e iniziare un necessario processo di distanziamento dai genitori.

La morte di un genitore costituisce così un fattore di rischio ed una interferenza in questo processo di crescita.
Durante l'adolescenza la morte di un genitore, di un familiare, o di un amico, risulta un'esperienza particolarmente difficile da affrontare.
Gli adolescenti si sentono onnipotenti, considerano stessi e gli altri invincibili e immortali; nel loro immaginario solo le persone anziane muoiono, quindi la morte di una persona cara diventa difficile da elaborare.

Gli effetti della morte di un genitore sull'equilibrio emotivo e psicologico del figlio dipendono dalla sua età, delle modificazioni avvenute in seguito (capacità dell'altro genitore di superarla, il modo in cui il genitore superstite comunica col figlio, il ruolo svolto dai parenti e dagli adulti di riferimento, ecc.), e dalle circostanze della morte (ad es. improvvisa, come nel caso di un incidente, oppure dopo una lunga malattia, o per suicidio, o per morte naturale, presenza o meno del ragazzo al momento della morte del genitore).

Esistono naturalmente differenze se il lutto insorge nella prima adolescenza (dai 12 ai 14 anni) quando i ragazzi dipendono ancora largamente dalle figure genitoriali e adulte, o invece nella seconda adolescenza (tra i 14-18 anni), quando il mondo esterno, soprattutto il gruppo dei pari, diventa un significativo punto di riferimento.

Quando un genitore muore, in primo luogo prevalgono i processi difensivi e la negazione del dolore, per poter andare avanti continuando a sentirsi vivi e per proteggersi da vissuti angosciosi e intollerabili.

Sono spesso in primo piano depressione e sintomi correlati (disinteresse, isolamento sociale, disinvestimento scolastico, disturbi somatici e del comportamento, ecc.) e sentimenti di colpa nei riguardi del genitore scomparso: l'adolescente ha spesso dei rimorsi di non essere stato abbastanza ubbidiente, di non aver mostrato il suo amore, ascoltato i consigli e le raccomandazioni, di non essere stato capace di evitare la morte della persona, di non averla potuta "salvare".

E' frequente che gli adolescenti si esprimano più attraverso manifestazioni di rabbia che di tristezza, non solo perchè la rabbia tiene a bada e nasconde il dolore, ma anche perchè è un'emozione con cui hanno più familiarità.

E' possibile aiutare gli adolescenti nel processo di elaborazione del lutto incoraggiandoli ad esprimere le proprie emozioni, le proprie sensazioni, e rassicurarli sul fatto che il pianto, la rabbia, il senso di colpa, la tristezza, l'apatia, il senso di inutilità, la nostalgia, la paura, la disperazione che provano sono normali.

E' importante ascoltare quello che i ragazzi si sentono di dire, senza pensare di dover necessariamente fornire risposte o soluzioni.

Evitare di parlare della morte e delle emozioni legate al lutto non cancella il dolore, ma lo rinvia solo e lo inasprisce.

E' importante per gli adolescenti, inoltre, poter riprendere al più presto la loro abituale routine.

Gli adolescenti in lutto possono manifestare molti segnali di disagio come ad es. calo del rendimento scolastico, comportamenti a rischio (es. abuso di droghe o alcol), depressione, irrequietezza, ansia, difficoltà del sonno, perdita di autostima, disturbi del comportamento alimentare, deterioramento delle relazioni con la famiglia o con gli amici, atteggiamenti insolitamente protettivi e adulti  o, viceversa, insolitamente aggressivi e violenti nei confronti degli altri familiari.

Questi comportamenti sono indicazioni che l'adolescente sta incontrando difficoltà ad affrontare da solo la perdita di una persona cara ed è pertanto importante non trascurarli in una fase di vita così delicata di transizione e di formazione di un "Io" adulto.

La presenza solida, costante e affettiva dell'adulto (genitori, parenti, amici, insegnanti, consulenza di uno psicologo) è fondamentale nella fase del lutto.

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Questione di volume

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La parte di te che gli altri definiscono "spontanea" è la stessa che chiamano "irresponsabile" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "coraggiosa" è la stessa che chiamano "sconsiderata" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "sicura di sè" è la stessa che chiamano "egocentrica" quando la suoni a volume troppo alto.

Tutti i tuoi cosiddetti "peggiori difetti" non sono altro che le tue migliori qualità semplicemente regolate ad un volume troppo alto perchè la musica sia piacevole.

Le cose per cui gli altri si innamorano di te sono le stesse per cui ti criticheranno se hanno la sensazione di riceverne una quantità esagerata.
Ti ameranno per la tua capacità di "prendere decisioni rapidamente" ma se lo fai troppo spesso o con troppa forza ti chiameranno "prepotente".
Ti ameranno per il tuo "acuto senso dello humor" ma se lo manifesti troppo spesso o con troppa forza ti accuseranno di essere "cinico" o di "non prendere nulla sul serio".

Le parti di te che gli altri amano o criticano sono le stesse.
Dipende soltanto da come è regolato il volume.

(Walsch Neale D.)

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Assertività, la carta dei diritti che a volte dimentichiamo

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Quando lasciamo decidere agli altri, concediamo loro troppo spazio mettendo da parte noi stessi, li assecondiamo per evitare discussioni e malumori.

Quando non manifestiamo la nostra opinione anche se non siamo d'accordo e non ci esponiamo dicendo cosa pensiamo veramente, per paura di perdere stima, interesse, amore.

Quando mettiamo prima gli altri che noi stessi trascurando i nostri bisogni e desideri, perché si "deve" essere (sempre) disponibili.

Quando ci relazioniamo con un atteggiamento di passività, per paura di non piacere, di disturbare, di essere abbandonati.

Quando ci mostriamo sempre competenti e adeguati perché abbiamo bisogno di essere stimati e approvati.

Ma anche quando crediamo di potercela fare da soli, diventiamo competitivi, aggressivi, anche un po’ arroganti perché "per farsi rispettare bisogna fare così".
Quando sgomitiamo per farci sentire e vedere, cerchiamo di imporci alzando la voce...

Quante volte ci capitano situazioni del genere?
Quando queste situazioni accadono, non siamo assertivi.
Una persona è assertiva quando ha uno stile di comunicazione e comportamento caratterizzato da un atteggiamento positivo verso se stessa e gli altri.
Ben diversa da una persona passiva che rispetta gli altri, ma non se stessa
e da una persona aggressiva che invece rispetta se stessa ma calpesta gli altri.

La persona assertiva sa esprimere in modo chiaro ed efficace emozioni, sentimenti, convinzioni ed esigenze personali senza provare ansia o aggressività.

Esserlo significa mettersi al centro del proprio mondo per riuscire a dare un contributo alle relazioni, senza prevaricare gli altri o soffocare se stessi.
Avere il coraggio di essere chi siamo, semplicemente.

Poter costruire rapporti basati sulla reciprocità e autenticità e non sulla passività o aggressività.
Perché non sono gli altri ad approfittare di noi: semplicemente prendono lo spazio e il potere che noi lasciamo loro. Spesso siamo noi stessi a non riconoscere importanza e valore a quello che siamo e desideriamo o ad aver bisogno di imporci per farci sentire.

Ecco una mia piccola versione della "carta dei diritti" (che può apparire scontata, ma nella mia esperienza spesso non lo è) per costruire rapporti basati sulla reciprocità e l'autenticità, senza cadere vittima di prevaricazioni né prevaricare gli altri.

Da leggere (e rileggere) con calma e da esercitare nella vita quotidiana.

1. ho il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro
2. ho il diritto di non giustificare i miei comportamenti adducendo ragioni, scuse o spiegazioni
3. ho il diritto di chiedere ciò che ritengo opportuno a un'altra persona, dal momento che riconosco all'altro l'identico diritto di rifiutare
4. ho il diritto ad avere ed esprimere opinioni personali non coincidenti con quelle altrui e ad essere ascoltato/a e preso/a in considerazione (non necessariamente condiviso)
5. ho il diritto di avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone
6. ho il diritto di chiedere aiuto
7. ho il diritto ad essere trattato sempre con rispetto
8. ho il diritto di essere me stesso/a e di essere unico/diverso
9. solo io ho il diritto di decidere se occuparmi o meno dei problemi degli altri, se essere responsabile per loro
10. ho il diritto di cambiare opinione, parere e modo di pensare
11. ho il diritto di sbagliare assumendomi le responsabilità delle eventuali conseguenze negative
12. ho il diritto di rifiutare una richiesta che mi porta via troppo tempo o risorse, di non soddisfare sempre le aspettative altrui, dire di no senza sentirmi in colpa
13. ho il diritto di dire “non capisco” a chi non mi dice chiaramente cosa si aspetta da me
14. ho il diritto di dire “non mi interessa” quando non voglio essere coinvolto/a in iniziative di altri
15. ho il diritto di dire “non so” quando mi si richiede una competenza che non ho.

Bene, ora che li hai letti... puoi ri-leggerli con calma, rifletterci e allenarti ad applicarli.
Buona lettura.

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Un padre, una figlia e l'amore che (non) finisce

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Ieri Virginia mi ha chiesto: "Papà, ma se tu e la mamma vi lasciate chi è che tiene due figlie e chi una?"
Ero in cucina che stavo affettando le cipolle, la domanda mi ha colto di sorpresa.
"In che senso, Virginia?", ho detto.
"Siamo tre sorelle", ha detto, "la terza sorella non potete mica dividerla a metà!"
Mi è venuto da ridere. Stavo per risponderle: "Non ti preoccupare, amore, la mamma ed io non ci lasceremo mai", ma non volevo mentirle, perché so che ogni relazione s'inventa ogni giorno, e il torto più grande che puoi fare a te stesso, e agli altri, è proprio quello di crederti invincibile.
"Virginia", ho detto, "se per caso la mamma ed io un giorno ci separassimo vi vedremmo tutte e tre, un po' io e un po' la mamma, non ti preoccupare."
"Ma in Mrs. Doubtfire il papà vedeva i bambini solo il sabato", ha detto.
"Virginia, certe volte quando due genitori si lasciano possono succedere delle cose", ho detto. "Magari non si sono lasciati bene, ma litigando. Ma la mamma ed io siamo stati sempre d'accordo che, se anche ci lasciassimo, voi verreste sempre prima di tutto. Hai capito? Sempre."
Mi ha fissato in silenzio.
"Papà", ha detto d'un tratto. "Ma l'amore può finire?"
Ci ho pensato un attimo prima di rispondere.
"L'amore non finisce", ho detto, "sono le persone che cambiano."
"Le persone?", ha detto.
"Virginia", ho detto, "anche gli adulti crescono, sai? Tu adesso sei una bambina grande, sette anni fa eri una bambina piccola. Funziona un pochino così anche per le mamme e i papà. Io quando ho conosciuto la mamma ero una persona diversa, lo era anche lei. L'importante, quando due persone si amano, è riuscire a cambiare insieme o rispettare i cambiamenti dell'altro. I genitori, con i propri figli, fanno proprio quella cosa lì, invece fra loro certe volte non ci riescono. E' per quello che l'amore per i figli è l'unico che non finisce mai mai."
"Ma tu", ha detto, "quando hai incontrato la mamma, come hai fatto a sapere che era la mamma?"
"Non ho capito", ho detto.
"Come hai fatto a capire che volevi amarla?", ha detto.
"Ah, quello", ho detto. "L'ho capito dopo circa dieci minuti."
"E da cosa?", ha detto.
"Quando ci siamo incontrati la prima volta, si è sollevata i capelli dietro la nuca, sopra la testa, e si è fatta uno chignon senza neanche un elastico, solo annodandoli", ho detto.
"E allora?", ha detto.
"E allora lì ho capito che lei aveva disperatamente bisogno di un elastico", ho detto. "E io dei suoi capelli."
"E tu ce l'avevi, l'elastico?", ha detto.
"No", ho detto, "ma quando la mamma lo ha scoperto ormai mi voleva già bene."
"Papà!", ha detto, "ma allora l'hai imbrogliata."
"Forse un pochino", ho detto, "ma il punto è che la mamma è stata la prima che mi abbia mai fatto venire voglia di cercare un elastico, capisci che intendo?"
Mi ha guardato per qualche secondo.
"Tieni papà", mi ha detto, sfilandosi l'elastico che le teneva su i capelli. "Così tu e la mamma non vi lasciate."
Lei ha riso, io per fortuna stavo affettando le cipolle.
[Matteo Bussola]

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Cos'è la psicoterapia?

"La terapia è un viaggio alla scoperta di sè.
Non è un viaggio rapido, nè facile e neanche privo di paure.
In certi casi può prendere l'intera esistenza, ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano"
(Alexander Lowen)

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Psicologia e fotografia. Lo scrittore di luce

Cosa succede quando un fotografo e uno psicologo si incontrano?
Un piccolo assaggio di lettura psicologica sulla fotografia e il lavoro di Davide Pellegrino, estratto dal dvd "Lo scrittore di luce".


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Come aiutare un bambino ad accettare la morte di una persona cara

"La gente muore solo quando viene dimenticata.
Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”
Isabel Allende

La morte di una persona cara è un momento molto doloroso e traumatico, soprattutto per i bambini.

I genitori che affrontano un lutto si trovano spesso in difficoltà quando devono spiegare ad un bambino che un loro familiare o amico è morto. Spesso hanno la tendenza ad evitare l'argomento, pensando di proteggere i propri figli.
Ma arriva sempre un momento in cui non si può nascondere la verità.

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L'albero della vita. Intervista all'autrice Maria Angela Gelati

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Benvenuta Maria Angela Gelati e grazie per aver accettato l'invito all'intervista.
Per iniziare, si può presentare ai nostri lettori.

Da diversi anni mi occupo - a livello professionale - di tanatologia e degli studi sulla morte (Death Studies).
In particolare dal 2007, anno di istituzione della manifestazione culturale denominata “Il Rumore del Lutto”, seguo le diverse iniziative, che si svolgono ogni anno, nella città di Parma, nei giorni della commemorazione dei defunti.

Di morte si parla spesso troppo poco e male. Da dove arriva il suo interesse per questi temi?
L’interesse per queste tematiche, che hanno trovato una prima considerazione nel periodo adolescenziale, è scaturito soprattutto durante la predisposizione della tesi universitaria nel 1996: l’argomento verteva sull'indagine valutativa di quanto la creazione delle aree cimiteriali di alcuni Comuni, situati lungo il corso del Po, fosse stata condizionata dal fiume stesso.
Da lì è stato naturale affrontare su più livelli il tema della morte, per poter trasmettere in modo ampio l'esperienza che ho acquisito, proponendo idee e progetti per un cambio di mentalità.

Cos'è "Il rumore del lutto"?
Il Rumore del Lutto è un progetto culturale che nasce a Parma nel 2007, da un’idea mia e di Marco Pipitone.
Nell'ambito dello studio della tanatologia, il progetto rappresenta un nuovo spazio di dialogo e riflessione sulla vita e sulla morte, attraverso il colloquio interdisciplinare e trasversale fra differenti ambiti, per analizzare la morte e il morire da più punti di vista.
L’esigenza di trovare, nella città dei vivi, una modalità alternativa per vivere i giorni dedicati alla memoria dei defunti e renderne la ritualità più completa, avvicina i partecipanti per aiutare ed aiutarsi ad affrontare e comprendere il concetto più arduo, controverso e sfuggente di sempre: la morte.

Si occupa di "death education". Si pensa spesso che bambini e ragazzi non siano pronti per questi temi: ma è possibile educare alla morte? Quante volte l'urto del lutto ci coglie impreparati anche da adulti? C'è un'età "giusta" per riflettere sulla morte?
La Death Education, diffusa e affermata nel mondo anglosassone già dagli anni settanta del secolo scorso, è stata recepita nell'ultimo decennio dalla pedagogia italiana, introducendo percorsi formativi per educare alla morte. Percorsi che possono essere affrontati su più livelli, attraverso una serie di attività educative finalizzate a trattare, con metodologie didattiche appropriate, temi ed esperienze relative alla morte che richiedono il coinvolgimento della scuola e della famiglia.
La loro introduzione a scuola, sulla base di programmi e progetti strutturati in base alle facoltà cognitive, alla sensibilità ed al contesto in cui gli studenti vivono, consentono a bambini e adolescenti di intraprendere un percorso per comprendere che cosa significa vivere e soprattutto dover morire.
La Death Education rende possibile la trasformazione dell’emozione legata alla paura in un sentimento di positività e di accoglienza della morte, perché parte della stessa vita.
Proprio per la loro finalità, questi percorsi possono essere rivolti anche agli adulti, per aiutarli ad affrontare il lutto, perché non esiste un’età particolare, anche se contraddistinta dalla maturità o dalla coscienza, per affrontare il dolore legato alla fine della vita.

Ha da poco pubblicato «L’albero della vita», breve fiaba illustrata, leggera come un soffio e preziosa per tutti: non solo per i bambini e gli adolescenti, ma anche per gli adulti.
Come la descriverebbe?

Non è facile descrivere una favola, quando si identifica come uno strumento di sostegno all'esperienza del lutto.
La storia della piccola principessa Isotta, capace di aprirsi alla sorpresa di una vita che mai finisce, superando la tristezza ed il senso di smarrimento per la perdita di una persona cara, è sicuramente un esempio di Death Education per tutti, bambini adolescenti ed adulti.
È una storia che ci rende consapevoli dei nostri limiti ed al contempo evoca il disperato desiderio di trascenderli, donandoci una chiave di lettura per riuscire a sciogliere il dolore del distacco ed a rivelarci la luce che da sempre mostra l’essere oltre l’esistere.

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La volpe, l'uva e la dissonanza cognitiva

Capita spesso nella vita quotidiana che i risultati delle scelte che facciamo non corrispondano alle nostre aspettative.
Succede allora di trovarsi in una sensazione di disagio, legata all'incongruità che sentiamo.

Questo accade perché la mente è costantemente impegnata a far combaciare i nostri pensieri, emozioni ed esperienze e non tollera di buon grado il senso di incoerenza, il fatto che ognuna di queste variabili non vada nella stessa direzione.

La nostra mente tende all'armonia, e la percezione di una dissonanza ci pone quindi in una condizione di insofferenza.
Giustificare le proprie scelte contro ogni ragionevole dubbio è un processo psicologico molto comune noto come “dissonanza cognitiva”.

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La fatica di crescere. La favola del salmone con gli occhiali

Tutti i passaggi da una situazione a un'altra comportano spesso una fatica dal punto di vista emotivo e psicologico.

Anche quando passiamo verso qualcosa che abbiamo scelto e che ci piace, ci sarà sempre una tensione del dover affrontare una situazione sconosciuta, nell'abbandonare quello che ci è familiare e noto.

Possiamo pensare a molti momenti della nostra vita: dall'uscita dalla famiglia di origine, al lavoro, al matrimonio, alla nascita del primo figlio, al crescere dei figli, alla morte dei propri genitori...

Per il bambino che cresce, cambiare ed evolvere è una condizione abituale e costante.
La favola che riporto con qualche riflessione (tratta dalla raccolta di racconti della collega Alba Marcoli) rende bene il senso della fatica che fa un bambino nell'abbandonare le sue sicurezze infantili per avviarsi verso l'adolescenza (e l'età adulta).

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Come liberarsi dalle ansie. L'albero delle preoccupazioni

"Le preoccupazioni consentono alle piccole cose di proiettare delle ombre molto lunghe" (proverbio svedese)

Siamo spesso oppressi da mille preoccupazioni.
Può essere il denaro che sembra non bastare mai, o gli stress sul lavoro, o questioni di cuore con il partner, o molti altri motivi...
Poco importa, ognuno di noi ha la propria “collezione” di piccoli problemi e preoccupazioni.
Non sorprende che alcune persone se le portino persino dietro anche quando sono in vacanza, nel fine settimana, nel tempo libero, senza "staccare" mai.

Come si possono affrontare queste situazioni?
Lascia che ti racconti una storiella letta recentemente.
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Il cuore sta sempre nello stesso posto?

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Una volta un bambino chiese a un adulto: “Ma il cuore sta sempre nello stesso posto oppure, ogni tanto, si sposta? Va a destra e a sinistra?”

Lui rispose: “No, il cuore resta sempre nello stesso posto, a sinistra”

Ma intanto pensava...
“Poi, un giorno, crescerai. Ed allora capirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza abitare davvero nessun luogo.

Ti sale in gola, quando sei emozionato.
O precipita nello stomaco, quando hai paura, o sei ferito.
Ci sono volte in cui accelera i suoi battiti, e sembra volerti uscire dal petto.
Altre volte, invece, fa cambio col cervello.

Crescendo, imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani.
E, il più delle volte, ti tornerà indietro un po’ ammaccato.
Ma tu non preoccupartene. Sarà bello uguale. O, forse, sarà più bello ancora.
Questo però, lo capirai solo dopo molto, molto tempo.

Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più, un cuore. Di averlo perso.
E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, nello sguardo di un passante, nelle vecchie tasche di un cappotto malandato.

Poi, ci sarà un altro giorno, un giorno un po’ diverso... quel giorno, capirai che non tutti hanno un cuore”.

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Lutto in famiglia. Cosa fare con i bambini?

"Una cosa bella è una gioia per sempre" (John Keats)

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Se ci sono bambini in famiglia, il lutto non si può negare ma nemmeno deve diventare un pensiero fisso e cupo. Per un bambino anche questo è un momento di crescita, da poter esprimere attraverso le proprie emozioni.

L'opinione comune è che i bambini non debbano venire a contatto con la sofferenza: ecco che allora vengono allontanati, non se ne parla, si evita l'argomento.

Ma se il lutto riguarda una persona molto vicina, di famiglia, non si può fare finta di nulla. Il bambino non può stare da solo a rimuginare sul perchè non vede più quella persona.
E nemmeno gli si può stare vicino fingendo che tutto vada bene, come al solito, come se non fosse successo nulla.
Sarebbe innaturale e forzato, anche per gli stessi adulti costretti a indossare una maschera di finta normalità e felicità.

Anche il bambino prova i suoi momenti di dolore: quando viene sgridato, quando perde o rompe un gioco, quando gli viene negato qualcosa...
Sapere e vedere che anche gli adulti provano dolore lo rende più consapevole, gli fa capire che anche i grandi provano dolore come succede a lui.

Per il bambino è essenziale partecipare ai momenti del lutto della famiglia. Gli permette di capire che il dolore si può esprimere e condividere, come l'allegria, è un sentimento che fa parte della vita.
Condividere le emozioni e confrontarsi, lo fa sentire parte di una famiglia, di una comunità, di un mondo più grande.

Visto che il lutto ci fa sentire più soli che mai, sapere che anche altri provano le nostre stesse sensazioni è un aiuto e un conforto anche per un bambino: è un momento di apprendimento e crescita, su cui il bambino baserà le sue reazioni alle successive perdite che la vita gli riserverà.

Esprimere la sofferenza senza fingere
L'adulto non doverebbe temere di esprimere il proprio dolore.
Il bambino ha già coscienza ed esperienza delle lacrime: è la sua prima reazione istintiva da neonato, è un'emozione che vede nei personaggi dei cartoni animati.
Perciò vedere piangere genitori o parenti non sarà poi così straordinario o traumatico, anzi aiuterà il bambino ad esprimere i propri stati d'animo ed emozioni.

Spiegare senza troppa paura
Non si possono nascondere le cose ai bambini.
Percepiscono lo stato d'animo dei genitori, dei nonni, dei parenti: non si può far finta che non sia successo niente, perchè farebbe nascere in loro domande, dubbi e paure ("Cosa sta succedendo in casa? Perchè sono tutti tristi? Perchè nessuno vuole più giocare?").

Se invece si spiega con calma e tranquillità (ovviamente in base all'età del bambino e al suo rapporto con la persona defunta), la morte non appare più come un mistero che fa piangere le persone in famiglia, ma un sentimento dicibile e pensabile da poter condividere.

Prepararsi alla morte
Nel caso di un lutto dovuto a malattia, quindi prevedibile, è importante preparare il bambino all'evento con gradualità.

Un conto è dire "il nonno non c'è più".
Lo mettiamo di fronte al fatto compiuto, in cui non si può fare nulla per esprimere il proprio affetto, e potrebbe creargli dei sensi di colpa per qualcosa che avrebbe potuto dire o fare con il nonno e che invece non si è potuto realizzare.

Ben diverso è se accompagniamo gradualmente il bambino verso la consapevolezza che "tra un po' il nonno non ci sarà più".
Questa situazione gli permetterà di salutarlo esprimendogli ciò che sente, di stare ancora un po' con lui, di vivere e assorbire sensazioni e ricordi che gli rimarranno nel futuro.

Vivere il momento per ricordare
Per il bambino è importante conservare il ricordo della persona defunta.
Poterla salutare gli permette di costruirsi un'immagine salda, duratura: per questo è importante parlare della persona scomparsa, ricreare il ricordo e mantenerlo vivo.
Questo è proprio il momento di aiutare il bambino a valorizzare le cose belle vissute con quella persona, raccontarle di nuovo, farle rivivere con la memoria, in modo che le possa custodire nella sua vita per sempre.

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Il re dell'ordine


Si racconta che un Re, ossessionato dall'idea di far ordine nel suo regno, fosse riuscito ad organizzare tutto e tutti in maniera che nulla fosse fuori posto.

Le difficoltà che aveva dovuto superare non erano poche, soprattutto per quanto riguardava la destinazione dei suoi sudditi, ma poi, dopo aver riflettuto a lungo, aveva messo i ministri con i ministri, i soldati con i soldati, gli artigiani con gli artigiani, etc…

Questa non era certo la soluzione migliore e il Re soffriva un poco perchè non aveva potuto separare i grassi dai magri, i biondi dai bruni, gli alti dai bassi; i grassi infatti figuravano certo tra i ministri, ma anche tra i soldati, fra gli artigiani e così via.

Fra i tanti problemi che aveva dovuto risolvere solo uno non gli aveva dato alcun fastidio: la divisione degli uomini dalle donne.

Avvenne però che un ministro, attento e scrupoloso, gli disse un giorno che tra fra gli uomini e le donne esistevano alcuni che possedevano un sesso per metà maschile e per metà femminile. La cosa meravigliò il Re che pensò di risolvere la confusione con un editto:
"Tutti coloro che possiedono un sesso per metà maschile e per metà femminile devono lasciare il regno".
E così fu fatto.

Il ministro però gli ricordò che si dovevano considerare anche coloro che, pur essendo donne, avevano desiderato comportarsi da uomini e altri che, pur essendo uomini, avevano desiderato comportarsi da donne e il Re emanò un secondo editto:
"Tutti coloro che, pur essendo donne, hanno desiderato comportarsi da uomini e altri che, pur essendo uomini, hanno desiderato comportarsi da donne, devono lasciare il regno".
E così fu fatto.

Il ministro, che era una persona assai seria e meticolosa, si sentì ancora in dovere di dire al Re dell’esistenza di persone che avevano sognato, desiderato o addirittura amato persone del proprio sesso, per cui, forse, non tutte le donne erano veramente donne e non tutti gli uomini erano veramente uomini. Il Re rimase a lungo pensieroso, ma poi, non potendo tollerare una tale mescolanza, emanò un terzo editto:
"Tutti coloro che hanno sognato, desiderato o addirittura amato persone del proprio sesso, devono lasciare il regno".
E così fu fatto…

Ma purtroppo il Re si accorse ben presto che l’avevano lasciato solo.
Vagò a cavallo per il suo regno senza incontrare uno solo dei suoi sudditi, attraversò, chiamando a gran voce, tutte le stanze del suo castello, ma nessuno rispose, anche la Regina lo aveva abbandonato.
Si ritirò allora nella stanza del trono e cominciò a camminare su e giù, lentamente. Ripensò al suo regno, al suo popolo, alla loro lontananza, alla sua mania di mettere ordine in ogni cosa, alla disperazione della solitudine, alla sua vita passata, ai suoi sogni, alle sue fantasie e…

quasi all'improvviso si accorse che forse… sì… forse una volta sola, o due o tre… sì, certamente, era capitato, anche a lui era capitato e… allora?

Allora anche il Re lasciò il regno.

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Laboratorio dei ricordi

Video finale di ringraziamento per il 'Laboratorio dei ricordi' che abbiamo condotto attraverso le fotografie e le storie di un gruppo di anziani a Torino con l'associazione Pens@te


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