5 falsi miti sul lutto

Quando muore qualcuno, spesso non sappiamo cosa fare.
Fin da bambini ci insegnano tante cose: come parlare, come scrivere, come comportarci in certe situazioni, ma nessuno ci insegna che cosa dobbiamo fare quando le persone o gli animali muoiono.
E ci ritroviamo nel lutto.

Oggi parliamo di 5 miti che spesso affrontiamo nel lutto, credo che siano familiari a molti.

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Gustav Klimt, Morte e Vita

#1 Soffri sì, ma da solo

Quando soffriamo vogliamo stare da soli. Quando qualcuno piange si apparta.
Così ci hanno insegnato: di fronte al lutto (ma non solo) non bisogna mai piangere in pubblico, bisogna reprimere emozioni e sentimenti.
Mostrare la tristezza non va bene.
La tristezza non ha compagnia come la gioia.
Questo in realtà ci mostra solo che la tristezza è un'emozione indesiderata sì, ma dagli altri, che si sentono a disagio di fronte ad un’altra persona triste e sofferente.
La tristezza è un’emozione come un’altra, è impossibile da evitare.

#2 "Il tempo cura tutto"

Un altro mito è che con il passare del tempo si dimentichi tutto, che il dolore scompaia.
Il lutto ha un tempo prestabilito? No, il lutto ha un tempo soggettivo: per alcun persone può durare giorni, per altri mesi e per altri anni.
La credenza che “con il tempo tutto passa” nasce perché con il tempo non si è più così tristi come all'inizio. Ma ciò non significa che quel dolore e quella ferita così vengono curati.
Dobbiamo ricordarci ed essere consapevoli che abbiamo perso qualcuno per noi importante.
La durata del lutto dipende in gran parte da noi, dall'affetto che provavamo e da quello che significa per noi la persona che è morta.
Non superiamo il lutto quando vogliamo, lo superiamo quando siamo pronti.

#3 "Devi distrarti"

Le distrazioni ci possono dare sollievo momentaneo, ma non curano le nostre ferite.
Possiamo rimandare il nostro lutto, ma non ingannare le nostre emozioni, che prima o poi ricompariranno di nuovo, se possibile più forti.
Anche se non lo volete, lo rifiutate o lo evitate, il dolore continuerà a esserci.
Non resta che accettarlo, lasciarlo scorrere, sentirlo.
E affrontarlo.

#4 "Chiodo schiaccia chiodo"

La credenza qui è che, per superare una perdita, dobbiamo rimpiazzare un buco, un vuoto.
Ad esempio, se muore il nostro animale domestico e ne compriamo un altro, cosa significa? Cosa ci stiamo dicendo?
Sostituire qualcuno ci darà il sollievo che cerchiamo di fronte al dolore? Ci farà sentire più forti?
Perché scappiamo dal nostro dolore?
Suggerisco di evitare di cercare di rimpiazzare qualcosa o qualcuno a cui abbiamo tenuto.
Anche se ci saranno altre persone, animali o relazioni che possono entrare a far parte della nostra vita, non saranno la stessa cosa.

#6 "Sii forte!"

Più si cerca di sopportare ed essere forti, più è facile crollare di fronte alla morte.
Questo accade perché ci si porta il dolore dentro, si indossa la maschera della forza, mentre dentro si sta andando in frantumi.
Perché non possiamo mostrarci fragili? Sentiamo e soffriamo come essere umani.
Non può essere diversamente. Perché non siamo oggetti inanimati!

Questi sono 5 falsi miti frequenti sul lutto: vi siete identificati in qualcuno di questi?
Prima ne diventiamo consapevoli, prima cogliamo come il dolore non indebolisce, ma rende invece coscienti di quello a cui eravate tanto legati.

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Con il tempo il dolore passa?

Gallucci psicologo torino

Dicono che il tempo guarisce le ferite.
Che con il tempo tutto passa, tutto si dimentica.

Non è poi così vero.

Provare un dolore emotivo è un'esperienza inevitabile che fa parte della vita.
Che si tratti di un dolore legato a un evento traumatico, una perdita, una ferita d'amore o una delusione,
non è importante tanto che il tempo passi, ma come noi passiamo quel tempo.

Sappiamo che il tempo è soggettivo.
Il tempo è lento quando aspettiamo.
Il tempo è veloce quando siamo in ritardo.
Il tempo è pesante quando siamo tristi.
Il tempo è troppo breve quando siamo felici.
Il tempo sembra non finire mai quando soffriamo.

Il tempo di per sé non guarisce nulla, direi meglio che al limite alleggerisce.
Leviga come l'acqua i ciottoli.

Niente passa del tutto, soprattutto ciò che ci ha feriti profondamente, come taglio netto e deciso.
Possiamo ricordarlo sempre, sarà parte di noi anche quando farà parte del passato in modo definitivo.
Le ferite si rimarginano meglio se ce ne prendiamo cura.
Altrimenti rimangono le cicatrici, che pungono e tirano.

Il tempo da solo non basta.
Ciò che fa la differenza è prendere consapevolezza.
La consapevolezza è il balsamo necessario perché il tempo possa guarire le ferite, aiuti a sopportare certi dolori, certi pesi.

Il semplice passare di giorni, mesi, a volte anni, finisce solo per invecchiarci senza maturazione, senza possibilità di comprendere e cambiare.
Senza la consapevolezza il tempo si ferma e rischiamo di rimanere impantanati nella sofferenza, nel lutto, nella rassegnazione.

Ecco perché importante sapere che occorre sviluppare modi per lenire il dolore e saper gestire le difficoltà della vita.
Reagire, elaborare e condividere proprie emozioni e pensieri e cercare aiuto da parte di uno psicologo professionista sono alcuni modi che possono aiutarti a superare il dolore emotivo.

Perché più che tutto passa, penso che tutto si può superare e affrontare, per andare avanti.

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Mi sento triste. Come non confondere la tristezza con la depressione

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La tristezza e la depressione hanno molte caratteristiche in comune ma, contemporaneamente, sono due concetti e vissuti profondamente differenti.

In realtà, la tristezza è un’emozione, una normale reazione agli eventi della vita che ci toccano, ogni giorno.
Essere tristi non significa essere depressi, anche se spesso nel linguaggio comune le persone usano le due parole come fossero sinonimi.

La tristezza è un'emozione che nessuno di noi vorrebbe provare, ma è inevitabile: come le altre emozioni, la tristezza è uno dei colori emotivi della nostra vita, intrinseca alla nostra natura umana (e anche animale).
Più che evitarla, quindi, dovremmo ri-conoscerla e imparare ad accoglierla.

Nella vita possiamo essere tristi per molti motivi: la perdita di qualcuno che abbiamo amato, un cattivo voto, una perdita reale o simbolica...
Ma è grazie alla tristezza che possiamo rielaborare le nostre esperienze e agire in modo differente.
La tristezza ci viene in aiuto diventando essa stessa motivo di nuove azioni, cambiamenti e soluzioni.

Una profonda tristezza mantenuta nel tempo può però cedere il passo alla depressione.
Anche se la depressione di solito ha una forte componente biologica e genetica, eventi importanti come la perdita di una persona amata o un pesante fallimento possono generare una tristezza tale da portare alla depressione.
Questo significa che tutti, chi in misura minore chi maggiore, abbiamo il rischio di cadere in depressione.

Quando la tristezza si prolunga in modo eccessivo e influenza in modo negativo la vita personale, allora è consigliabile chiedere aiuto a uno psicologo.
Ed è importante sapere che, come per qualunque tipo di malattia, più aspettiamo a chiedere aiuto, più aumentano le probabilità che appaiano altri sintomi e disturbi associati che peggiorano il quadro depressivo.
Prima di parlare di depressione, ci deve essere una diagnosi effettuata da un clinico (psicologo o psichiatra), che inquadri la situazione complessiva della persona e formuli un trattamento di psicoterapia e/o farmaci.

Ecco perché è importante avere qualche spunto per capire meglio le differenze tra tristezza e depressione.

#1 La tristezza è un’emozione fisiologica, la depressione è un disturbo psicologico
Come detto la tristezza è un'emozione e, in quanto tale, ha un valore adattativo, serve a darci la carica fisiologica per aiutarci ad affrontare le difficoltà e le perdite. In effetti, se ci pensiamo, possiamo sentirci più motivati a (re)agire quando siamo tristi, piuttosto che quando siamo belli soddisfatti e felici.

Invece, la depressione è un disturbo psicologico, e la tristezza ne è solo uno dei sintomi. Il quadro depressivo è accompagnato da: vissuti di impotenza, disperazione e profonda perdita di piacere. Chi è depresso ha spesso sensi in colpa, difficoltà di concentrazione e a prendere delle decisioni. In molti casi ci si isola dagli altri e ci si rinchiude nei propri pensieri negativi, di morte, a volte di suicidio.

#2 La tristezza è uno stato mentale passeggero, la depressione dura nel tempo
Come tutte le emozioni che possiamo sperimentare, la tristezza è fugace: si può essere tristi anche per una questione di poco e soffrire, ma il tutto dura poche ore o giorni.

La depressione invece è una condizione di sofferenza psicologica cronica che viene diagnosticata dopo che una persona ha mostrato gli stessi sintomi per almeno sei mesi.

#3 La depressione influenza profondamente la vita quotidiana
Quando siamo tristi non abbiamo molta voglia di fare, possiamo sentire stanchezza, poco o nulla ci interessa.
Eppure, malgrado questo, siamo in grado di continuare a vivere nella nostra routine quotidiana, fatta di cura di sé, studio o lavoro, faccende domestiche, incontri con gli altri e possiamo anche godere dei piccoli piaceri quotidiani, anche se con più fatica del solito.

Nella depressione invece la perdita di iniziativa e piacere possono durare per settimane o anche mesi: la persona sente che anche le attività quotidiane più banali e basilari sono insormontabili e senza alcun senso.

Infine, dunque, dobbiamo tener conto che, mentre la tristezza va riconosciuta, accolta e vissuta come emozione, un quadro di depressione ha bisogno invece di terapia psicologica adeguata.

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L’amore non basta per amare

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Non si può amare solo con la voglia di amare.
Con il voler amare.
Con il voler restare.
Con il crederci.
Con io lo amo.
Perché poi non basta.
Non regge.
L’amore non basta per amare.
Bisogna che ci sia la storia, per amare.
La vita, per amare.
Non bastano le parole, per amare.
Neanche quelle giuste, bastano.
Neanche le parole d’amore bastano per amare.
Dobbiamo fare una passeggiata.
Dobbiamo cenare insieme.
Leggere un giornale.
Andare a fare la spesa.
Fare una cosa insieme.
Che sia nostra.
Che siamo noi.
Io e te.
Non basta fare sesso per fare l’amore.
Anzi.
Ci vogliono i baci.

Ci vuole anche solo stare con la fronte appoggiata alla fronte.
Per amare ci vuole una storia. Da vivere. Vissuta.
Ci vuole tempo.
Non puoi non esserci mai.
Per amare ci vuole una storia. Da fare e raccontarsi.
Non puoi non aver voglia di parlare.
Non puoi parlare sempre.
Una storia da fare insieme.
Non puoi trovare tutto pronto.
Arrivare quando tutto è fatto.
Io amo solo chi fa la giornata con me.
Chi fa la vita con me.
Chi fa la spesa con me.
Chi fa una passeggiata con me.
Chi fa tempo con me.
Chi fa storia con me.
Non amo se no.
Amo solo chi sa stare tutto con me.
Chi parla con me.
Chi torna da me.
Chi chiama per non dire niente.
Chi mi bacia la testa, tra i capelli, passandomi vicino.
Chi mi porta i capelli indietro.
Io non le voglio le romanticherie.
Voglio le cose che sono nella mia giornata.
Voglio che sono con te.
Fatte con te.
Raccontate a te.
E poi ti racconto le cose solo mie.
Che faccio io.
Entro e esco dalla tua vita.
E tu dalla mia.
Come l’ago che cuce.
Come l’ago che per unire, entra e esce.


(Mauro Leonardi)

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Dipendenza affettiva e amore

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Spesso incontro persone che soffrono per amore.
In teoria l’amore non dovrebbe far soffrire, anzi.
Certo, nelle storie d'amore tra due persone ci possono essere difficoltà, conflitti, momenti alti e bassi, ma se la sofferenza è costante, quotidiana, consuma le energie e la relazione stessa è possibile che si tratti di dipendenza affettiva.

È facile confondersi e non accorgersene perché in entrambe le situazioni si è coinvolti dalle emozioni e sentimenti che proviamo per l'altra persona.
Ciò che cambia invece è l’insieme di pensieri e sensazioni che proviamo e gli effetti che hanno verso noi stessi e l'altro.

5 differenze tra amore e dipendenza affettiva a cui prestare attenzione

  • 1 Chi (si) ama vuole condividere la vita con il partner amato. Le parole chiave di ogni buona storia d’amore sono simmetria e complementarietà. Diversamente, nel rapporto di coppia può prevalere uno sbilanciamento eccessivo e dinamiche di competizione

  • 2 L’attenzione in amore è molto più rivolta alla persona amata e alla relazione stessa, molto meno verso sé stessi

  • 3 L’amore vuole il bene dell’altro, la dipendenza affettiva invece ha bisogno dell’altro. Chi ama è capace di stare anche lunghi periodi senza la persona amata, senza bisogno di ricerca costante di rassicurazione

  • 4 Riuscire ad avere fiducia nell'altra persona è un requisito fondamentale quando si incontra il partner giusto (e si può recuperare anche in caso di delusioni). Se mancano le fondamenta, la relazione d'amore è molto più fragile

  • 5 L’amore fa stare bene, genera sensazioni gradevoli, emozioni positive e senso di libertà. La necessità invece di chi dipende affettivamente è quella di manipolare l'altro in modo più o meno cosciente, proiettando aspettative personali, mancanze o vuoti da riempire.

Una coppia cresce insieme, matura per far fronte alle cose della vita.
L'amore è possibilità, non limiti,
è respirare, non affannarsi.
L'amore è l'incontro di due unità, non la somma di due metà.

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La locanda

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"L’essere umano è una locanda,
ogni mattina arriva qualcuno di nuovo.

Una gioia, una depressione, una meschinità,
qualche momento di consapevolezza arriva di tanto in tanto,
come un visitatore inatteso.

Dai il benvenuto a tutti, intrattienili tutti!
Anche se è una folla di dispiaceri
che devasta violenta la casa
spogliandola di tutto il mobilio,

lo stesso, tratta ogni ospite con onore:
potrebbe darsi che ti stia liberando
in vista di nuovi piaceri.

Ai pensieri tetri, alla vergogna, alla malizia,
vai incontro sulla porta ridendo,
e invitali a entrare.

Sii grato per tutto quel che arriva,
perché ogni cosa è stata mandata
come guida dell’aldilà".


Gialāl ad-Dīn Rūmī, poeta mistico persiano, fondatore della confraternita sufi dei dervisci.

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Proiettare sugli altri

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"Invece di osservare noi stessi spesso disprezziamo gli altri.

Questa si chiama proiezione: cioè proiettiamo sugli altri i problemi
che abbiamo dentro noi, trasferendoli su coloro che sono del tutto “innocenti”.

Così facendo evitiamo di guardare noi stessi.

Tutti ci siamo comportati in questo modo in situazioni difficili e
siamo tutti, più o meno, stati oggetto di proiezioni da parte degli adulti,
quando eravamo bambini.

Esempio: quando un adulto è sotto stress a causa di problemi personali,
è facile che dica a un bambino: “
Come sei piagnucolone e noioso!
Smettila! Sei davvero impossibile!”.
Questo è un tipico esempio di proiezione: trasferire un problema
personale, su qualcuno che non c’entra affatto.

Molti di noi sono trattati così da bambini: gli adulti scaricavano
addosso a noi i loro problemi. E così la maggior parte di noi ha imparato
quanto possa essere semplice “risolvere” i problemi della vita:
basta dare la colpa a qualcun altro.

Questo è, naturalmente, poco costruttivo.
Trovate il modo di parlare apertamente delle proiezioni con i vostri
amici e colleghi.

Cosa fare quando vi accorgete che state proiettando qualcosa su
qualcuno?
Il primo passo, sicuramente, l’avrete già intrapreso!
Consiste nel vedere e nel sapere che lo state facendo"

(Pollak, 2015)

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Non so cosa dire: come parlare di tumore in famiglia

“Il difficile sta nel cominciare”

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Un tumore sconvolge la vita.
La sconvolge nei progetti, negli equilibri, nelle dimensioni personali e relazionali delle persone.

Uno degli aspetti più difficili che ho riscontrato spesso durante il percorso di cura è quello di affrontare l’argomento “tumore” con i familiari: il cancro diventa inevitabilmente una questione di famiglia.

“Non so cosa dire” è la frase più frequente delle persone che si trovano ad affrontare il tumore dei loro familiari.
Comunicare e affrontare questo tipo di argomento è spesso difficile e doloroso: si ha paura di parlare nel momento sbagliato, di non dire la "cosa giusta", è difficile trovare le parole adatte per dirsi qualcosa.

Possono prevalere dubbi, domande, paure.
Come si fa a comunicare una malattia grave alle persone più care? Si può avere voglia di urlare il proprio dolore e le proprie angosce? Come si fa a pronunciare la parola “tumore” anziché usare termini come “il male”, "la macchia", “quella cosa”...?

Purtroppo non ci sono formule magiche, “frasi giuste” da dispensare al bisogno come bacchette magiche.
Più che mai quello che conta non è soltanto ciò che diciamo, ma soprattutto come lo facciamo.
Non c'è tanto IL momento giusto, ma ci può essere invece qualche piccolo suggerimento per maturare e concedersi UN momento giusto:

  • Cercare le proprie parole, quelle che ognuno sente, con i suoi modi e tempi. Non c’è un momento in cui “dovrebbe succedere” o si “dovrebbe dire”…
  • Concedersi il tempo necessario, prima di tutto a sé stessi e poi agli altri
  • La comunicazione verbale va bene, ma ricordiamoci che ci sono i canali non verbali: ci si può toccare, stringere la mano, accarezzare, abbracciare. La comunicazione non verbale è il canale migliore per trasmettere all'altro non solo il contenuto, ma soprattutto la parte relazionale ed affettiva di cosa vogliamo comunicare
  • Stare in silenzio a volte può essere la migliore comunicazione possibile in una situazione delicata perché permette di so-stare in presenza dell'altro senza il bisogno di riempire un vuoto con parole inautentiche e inefficaci
  • Autorizzarsi di vivere le emozioni qui-e-ora, momento dopo momento, così come vengono: spesso per paura si evita di "vomitare" le emozioni e si reprimono. Ma provare e comunicare le proprie emozioni, anche quelle negative, non è segno di debolezza, anzi, fa parte del processo comunicativo e relazionale. E condividerle favorisce la creazione di uno spazio di confronto, dialogo e partecipazione per tutti
  • Stare nell'incertezza è difficile ma necessario: ricordiamoci che nessuno ha le risposte sempre a tutto, che rispondiamo quando possiamo e diciamo “non lo so” quando non le abbiamo
  • Essere pronti a usare in modo adatto una giusta dose di umorismo che può aiutare la comunicazione e la relazione anche di vissuti difficili.

A volte il senso d'impotenza di fronte alla malattia grave sollecita una tendenza all'iperprotezione, ma spesso con le migliori intenzioni si ottengono effetti contrari: si rischia di evitare l'argomento, dare consigli non richiesti sul come e cosa si “dovrebbe” fare per stare meglio, sostituirsi quasi alla persona malata.

Desiderare di aiutare le persone care che soffrono è un sentimento molto nobile, e un buon modo per farlo è quello di promuovere il loro benessere e autonomia in modo funzionale e graduale, in quello che si può fare, aiutandole in piccole occasioni quotidiane.

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Che cos'è la psicologia

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“La psicologia, per me, è aprire le ostriche e pulire le perle,
cioè recuperare e portare alla luce e indossare quotidianamente la vita dell’immaginazione,
che può non redimere la tragedia,
non lenire la sofferenza,
ma può arricchirle e renderle più tollerabili, interessanti e preziose”.
(James Hillman, psicoanalista)

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Cosa succede quando un amore finisce

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Tutti conosciamo la sofferenza di una storia d'amore che finisce: frasi, ricordi, emozioni...

Dato che non esiste una formula magica per eludere questo dolore, è importante ricordare di non fermare la propria vita ed evitare i classici pensieri irrazionali che, in situazioni simili, si possono presentare frequentemente.

Una separazione interrompe il senso della progettualità che è inconscia e naturale in ognuno di noi.
Ci costringe a ricominciare il gioco delle relazioni: riprendersi dopo la fine di un amore può essere un percorso di risalita impegnativo, ma non impossibile.
Inizia a darti il tempo necessario.

Quando perdiamo una persona che amiamo, si creano mentalmente dei pensieri negativi che bloccano il naturale percorso di elaborazione della separazione.
Di seguito, tre frasi frequenti e pensieri da evitare.

1# "era tutta la mia vita"
Se lo scopo principale della vita era l'altra persona e progettavi tutto in sua funzione, significa partire dal presupposto della cancellazione personale.
Questa rottura invece forse ti ha liberato e può farti capire che il protagonista della tua vita sei tu.
E imparare che l’amore autentico porta al compimento di se stessi, non all'annullamento per l’altro.

2# "è solo colpa mia"
E’ normale iniziare a fare congetture del tipo “se avessi fatto o detto… allora...”.
Purtroppo il corso della storia non può essere cambiato, e fissare i pensieri sull'idea che le colpe per la fine del rapporto siano da imputare a te, all'altro, alle cose fatte o mancate, non ti aiuta nel percorso di elaborazione.
Quando finisce una storia d'amore, dare colpe e assoluzioni permette di poter sperare che, cambiando il comportamento, la relazione possa ricominciare.
Ma è spesso un'illusione. Anzi si rischia di rallentare la presa di coscienza.

3# "é stato inaspettato"
Quante volte abbiamo sentito “Mi ha lasciato ma non capisco il perché!”.
Non dire bugie a te stesso, ma impara ad analizzare i cambiamenti avvenuti in te, nell'altro e nella tua storia.
Quando l’amore manca, i segnali ci sono, siamo più noi a non poterli o volerli cogliere.

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Il segreto della felicità: a cosa (non) serve una psicoterapia

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Quando una persona chiede di iniziare una psicoterapia, alla base della sua domanda c'è spesso un bisogno, quello di diventare felice.

Mi dispiace deludere i miei pochi lettori, ma è bene sapere che questo rimarrà un'illusione.

La psicoterapia, ovvero la cura dei disturbi psicologici, non ha l'obiettivo di rendere le persone felici.
Scopo della psicoterapia è invece rimuovere gli ostacoli psichici e relazionali che impediscono alla persona di essere felice.
E c'è una grande differenza.

La felicità è una dimensione che solo parzialmente è collegata al benessere psicologico (come ad esempio il piacere di fare sport è solo parzialmente collegato a una buona struttura fisica).
Stare bene psicologicamente è una condizione per essere persone felici e realizzate.
Condizione necessaria, ma non sufficiente.

Alcune volte la psicoterapia è indispensabile perché ci sono persone che hanno difficoltà più o meno importanti che richiedono un intervento psicologico professionale.
Al termine di un percorso di psicoterapia riuscito, anche se quelle difficoltà sono superate, il paziente non è automaticamente una persona felice, ma è diventato una persona che può più facilmente intraprendere la propria strada verso la sua felicità.

La psicoterapia è uno strumento molto potente per aiutare una persona a scoprire quali siano i fattori che limitano la sua espressione nel suo benessere psicologico, e per imparare ad affrontarli con le sue risorse in modo migliore.
Solo una volta raggiunto questo obiettivo, sarà l'uso che ne farà a permettergli di realizzarsi pienamente e raggiungere la felicità.
Ma quella è un'altra storia. La sua.

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La storia dei due vasi

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Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all'estremità di un palo che lei portava sulle spalle.
Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.
Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua.

Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.

Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: "Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa".

La vecchia sorrise: "Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi.
Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa
".

Il punto centrale di questa storia è che ciascuno di noi ha i suoi lati deboli e imperfezioni. Che possono diventare punti di forza e opportunità.
Ma soprattutto ci chiede: quali sono le cose importanti per te nella vita?

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Cuore in gabbia e mente in scatola

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«Cos'hai qui?»
«Non so, Pietro, cos'ho?»
«Qui»
E mi tocca le ossa.
«Sono le costole»
«Le costole?»
«Sì, si chiama gabbia toracica»
«Gabbia?»
«Una gabbia, sì»
«E a cosa serve?»
«A non far scappare il cuore»
«Il cuore scappa?»
«A volte»

Pietro fa finta di capire. Gli prendo la testa tra le mani.
«Questa si chiama scatola, invece, scatola cranica»
«Una scatola?»
«Sì»
E gli stampo un bacio in fronte, mentre penso che siamo proprio gente strana noi uomini che teniamo il cuore in una gabbia e la mente in una scatola.

[Enrica Tesio, La verità, vi spiego, sull'amore]

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6 cose da ricordare per gestire meglio la rabbia

Quando la realtà non soddisfa le nostre aspettative, proviamo inevitabilmente una sensazione di fastidio e insoddisfazione.
Spesso la rabbia è la reazione naturale del nostro organismo in molte situazioni, quando non abbiamo più le risorse cognitive ed emotive per affrontare una difficoltà.
Non rappresenta quindi qualcosa di sbagliato in sé, può diventare invece problematica quando è frequente e incontrollabile.

È il caso per esempio delle persone che vogliono sempre avere ragione, che non riescono ad affrontare le frustrazioni e si comportano come bambini capricciosi.
L’approccio infantile è quello di sfogarsi con scatti d'ira più o meno violenti contro qualcosa o qualcuno.

Vediamo insieme alcuni punti per gestire meglio la rabbia.

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1. Respira
Prima di arrivare al punto di esplosione, fermati, respira e lascia riequilibrare corpo e mente.

2. Esprimi pensieri ed emozioni
Gestire la rabbia non significa nasconderla o reprimerla, significa trovare un modo più utile per esprimere ciò che si pensa e si sente.
Urlare parole e distruggere cose non serve a niente. Esprimersi e parlare con l'Altro rimane sempre la strada più costruttiva.

3. Ricorda che la rabbia che provi è tua
Quando si è molto arrabbiati, siamo tutti rivolti verso l’esterno: c'è solo l’Altro oggetto-bersaglio del peggio, noi scompariamo, siamo accecati. Comincia ad essere consapevole che sei arrabbiato, che è una tua emozione, ad ascoltare che ci sei anche tu.

4. Evita di generalizzare
Il modo più comodo per liberarsi dal peso della frustrazione è buttare tutta la colpa all'esterno.
Tipico è attaccare l'Altro, generalizzando con i sempre, i mai, i sei sempre stato così...
Meglio circoscrivere la rabbia in quel momento e in quella situazione, non alla persona in toto.
Meglio cercare una soluzione che un colpevole.

5. L’esplosione di rabbia è spesso l'esito di un percorso
Difficilmente si esplode di rabbia senza preavviso. Ci arriviamo spesso accumulando pensieri ed emozioni che non hanno avuto la possibilità e lo spazio di essere espressi in precedenza in modo migliore.

6. Esistono sempre più punti di vista
La rabbia tende a polarizzare i vissuti, ad accecare la propria visione delle cose che diventa così assoluta e senza dubbio l'unica corretta. Questo ovviamente è un'illusione, e cercare di cogliere e comprendere il punto di vista dell’altro è sempre fondamentale.

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La vecchia signora che ingannò la morte

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Una fiaba albanese racconta che c’era una volta una donna così vecchia che si diceva fosse la nonna del primo uomo apparso sulla Terra. Eppure era così vispa che spolverava e lavava e cuciva, proprio come una sposina.

A morire non ci pensava affatto, e diceva: “La Morte si è dimenticata di me, oppure ha deciso di lasciarmi in pace”.

Un bel giorno, invece, la Morte pensò che era arrivata l’ora di andarla a prendere, e bussò alla sua porta. La vecchia andò ad aprire con le mani insaponate e, senza scomporsi, disse che stava facendo il bucato e che prima di morire doveva assolutamente sciacquare, asciugare e stirare le sue lenzuola.

“Va bene, tornerò domani mattina” disse la Morte, che in fondo era gentile, e sulla porta scrisse “Domani” con un pezzo di gesso.

Il giorno dopo, puntuale, bussò di nuovo. La vecchia aprì, tutta sorridente, e disse: “Devi esserti sbagliata, signora Morte: sei stata tu a scrivere ‘Domani’ sulla mia porta, sì o no? E allora verrò con te domani, e non oggi”.

La morte si grattò la testa, guardò e riguardò la scritta sulla porta e alla fine disse: “Credo che tu abbia ragione. Va bene, ci vediamo domani”.

Ma quando tornò la vecchia le fece lo stesso discorso, e il giochetto andò avanti per un pezzo, finché la Morte si spazientì, cancellò la parola sulla porta e disse:
“Questa è l’ultima volta! Domani tornerò e ti porterò via, qualunque cosa tu dica o faccia”.

La vecchia passò tutta la notte sveglia, a pensare come avrebbe potuto scamparla ancora, ma l’unica cosa che le venne in mente fu di nascondersi nel barilotto del miele. Così quando la Morte bussò, si tuffò nel barile, lasciando fuori soltanto il naso.

Ma poi pensò che la Morte poteva sollevare il coperchio per assaggiare il miele, e si nascose in un cesto di piume.
“No, mi troverà anche qui”. Si infilò nel sacco della farina e subito ne uscì, in cerca di un nascondiglio migliore.

La Morte, intanto, era entrata in casa e già allungava la mano per afferrare la vecchia e cacciarla nel suo sacco. Ma invece della donna che era venuta a prendere vide una orribile creatura piumata e bianca, gocciolante e viscida, che non era né bestia né uomo.

Con un grido di terrore, infilò la porta e non tornò mai più a cercare la vecchia, che deve essere viva ancora oggi.

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5 cose da sapere sulla respirazione

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1. Respirare è essenziale e vitale
Sarà banale ricordarlo, ma la respirazione è un’azione così spontanea che non ci prestiamo nemmeno attenzione.
Respiriamo sempre.
Ogni giorno compiamo circa 21.600 atti respiratori.
Il nostro organismo è “fatto” per respirare e, a meno di gravi ostacoli, la respirazione avviene costantemente in ogni momento della vita, sia cosciente sia non cosciente, anche da svenuti.
Siamo accompagnati da questo gesto indipendentemente dalla nostra volontà.
Ci accorgiamo di più della respirazione dopo uno sforzo fisico, ad esempio dopo una corsa o dopo aver salito le scale.
Ma anche in situazioni totalmente opposte, ad esempio in una condizione di assoluto relax, o nel sonno.

2. Come è fatto e come funziona l’apparato respiratorio
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il ciclo respiratorio non è composto da due fasi, ma da quattro:
1. Inspirazione
2. Sospensione piena o attiva: l’intervallo che intercorre tra il termine dell’inspirazione e l’inizio dell’espirazione, può durare da frazioni a qualche secondo, ma attraverso la volontà è possibile prolungarla fino a uno o più minuti
3. Espirazione
4. Sospensione vuota o passiva: l’intervallo che intercorre tra la fine dell’espirazione e l’inizio della successiva inspirazione, anch'essa può durare da frazioni a qualche secondo, ma attraverso la volontà è possibile prolungarla.

Dal naso e/o dalla bocca l’aria attraversa la trachea, i due bronchi, i bronchioli e gli alveoli che formano l’albero respiratorio: qui avviene lo scambio attraverso il sangue che arriva dai tessuti ricco di anidride carbonica (che viene espulsa con l'espirazione) e la scambia con l’ossigeno.

L’apparato respiratorio è composto poi da due gruppi di muscoli: intercostali e il diaframma (sotto i polmoni, separa la cassa toracica dalla cavità addominale).
Durante l’inspirazione si aumenta il volume della cassa toracica, l’aria esterna riempie gli alveoli.
Durante l’espirazione i muscoli si rilassano, schiacciano i polmoni e l’aria è spinta fuori meccanicamente.

3. A cosa serve la respirazione
Lo scopo principale della respirazione è introdurre ossigeno nel sangue, che viene portato a tutti i tessuti per la combustione delle sostanze organiche ricavate dall'alimentazione e produrre quindi energia per l'organismo.

Ma se consideriamo il percorso inverso dell’aria (dai polmoni all'esterno), ci accorgiamo che esiste un’altra funzione della respirazione: la produzione di suoni, la voce.
L’aria passa infatti di nuovo dalla laringe in cui, le corde vocali che vibrano, producono onde sonore.
Quando parliamo, siamo abituati a modulare la respirazione in base alle parole che pronunciamo e alla loro intensità. Ma è vero anche il contrario: seguendo determinati ritmi e intensità nel parlare o nel produrre suoni, è possibile regolare anche il ritmo respiratorio (lo sa bene per esempio chi canta).

4. La respirazione è solo un atto involontario?
No: è vero che la respirazione è spontanea e costante, ma è anche vero che, anche se per un tempo limitato, possiamo decidere di trattenere il respiro (apnea) o di regolare il ritmo respiratorio, ad esempio in frequenza o intensità.
A differenza di altri sistemi come il battito cardiaco, la temperatura corporea o la sudorazione, la respirazione è l'unico atto che si può in parte controllare e regolare con la volontà.

5. Perché conoscere e modulare il respiro?
Pensiamo a una situazione che percepiamo come pericolosa, ad esempio una stanza buia (stimolo esterno): può provocare paura, il battito cardiaco può aumentare, come la circolazione del sangue e la frequenza respiratoria.
E questo può avvenire sia che il pericolo sia reale, sia anche solo immaginato o pensato (come negli attacchi di panico o nelle fobie).
Esiste di fatto un’interdipendenza tra la circolazione del sangue, il battito cardiaco, il ritmo della respirazione, che sono direttamente influenzati (e influenzano) dalle emozioni e dai pensieri.
Non possiamo di certo controllare gli stimoli esterni (inevitabili perché altro da noi), né tantomeno il battito cardiaco.
Ecco quindi dove possiamo rivolgere la nostra attenzione: agire sulla parte volontaria della respirazione e ridurre gli effetti negativi che gli stimoli esterni  provocano nell'individuo.
Meno disturbata dalle interferenze del mondo esterno, la mente può quindi raggiungere uno stato di maggiore benessere psicocorporeo e rilassamento.

Se sei interessato ai temi della respirazione e rilassamento, puoi seguire la nuova pagina Facebook Percorsi di rilassamento.

E partecipare ai due workshop che condurrò in occasione del Festival della psicologia di Torino.
Ciascuno costa solo 20 euro, ma i posti sono limitati.
Per iscriversi bisogna scaricare il coupon di prenotazione cliccando sui link di seguito e presentarlo al momento dell'incontro:

Vi aspetto!

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Adolescenti (in)visibili. La visibilità dell'orientamento affettivo e sessuale come fattore di benessere o stress (video)

Per chi se lo fosse perso, ecco il video del seminario di gennaio di approfondimento per genitori e professionisti di Aria centro di ascolto per adolescenti e giovani
"ADOLESCENTI (IN)VISIBILI. La visibilità dell'orientamento affettivo e sessuale come fattore di benessere o stress"
presso il Polo Cittadino della Salute - C.so San Maurizio, 4 Torino
condotto da me e da Maurizio Nicolazzo del Coordinamento Torino Pride.

La traduzione del termine inglese coming out significa "uscire fuori", cioè rendersi visibile. In senso più allargato può essere definito come un percorso di presa di coscienza di sé e del proprio orientamento affettivo e sessuale.
Questo percorso graduale non si conclude con una singola dichiarazione, perché la scelta di svelarsi ad altri per essere accettati e rispettati per come si è può riproporsi anche nel momento in cui si cambia scuola, si conoscono nuovi amici, si cambiano colleghi/e di lavoro.
Di fronte al coming out possono esserci atti di derisione, di rifiuto o allontanamento dalla famiglia o dagli amici e, in casi più gravi, di vera e propria violenza fisica, questo è il motivo per cui molte persone preferiscono non dichiararsi e vivere le proprie relazioni affettive di nascosto o rinunciarvi, esponendosi a relativi danni psicologici.
Occorre riflettere con attenzione sui pro e contro della scelta di dirlo e a chi dirlo. Quando e con quali modalità.

Buona visione


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L'albero dei desideri

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Leggenda cinese
Per chi pensa che la causa di emozioni e sentimenti sia sempre ESTERNA, per cui si può fare ben poco per controllarli, per superare i cambiamenti, le difficoltà, la depressione, l'ansia...

Un viandante cinese, stanco e sfinito da lunghe peregrinazioni, sedette sotto un albero per riposarsi un po’. Ma ignorava di aver preso stanza sotto l’Albero Divino: l’Albero della Preghiera che sale direttamente a Dio, giungendo ad esaurire ogni moto dell’animo.

Gli venne in mente che sarebbe stato ben piacevole potersi distendere su di un soffice letto per schiacciare un sonnellino. Appena sorta in lui quest’idea, ecco comparirgli dinanzi un allettante giaciglio. Piacevolmente sorpreso, il viaggiatore vi si distese beato.

Presto gli venne anche fame. “Perché non chiedere qualcosina da buttar giù?” E subito si vide davanti una quantità di cibi squisiti.

Allora pensò che sarebbe stato ben dolce avere accanto a sé una presenza che gli tenesse un po’ di compagnia. E subito apparve al suo fianco una deliziosa fanciulla che prese a fargli vento con un ventaglio di piume.

Rinvigorito e saziato, il viandante cominciò a rimuginare su tutti quei singolari interventi. Ma invece di render grazie, si lasciò invadere dalla diffidenza e dal dubbio.
“Qui gatta ci cova”, pensò, “certo sono stato attirato in un tranello per servire da esca a qualche belva in agguato”.

Non appena ebbe formulato questo pensiero, si trovò chiuso in una gabbia in compagnia di una tigre che, senza tanti complimenti, se lo divorò.

[La nostra mente è popolata di pensieri e desideri. E capita spesso che si avverino...]

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Aiutare è un atto di forza

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Storiella dedicata a chi pensa che DEVE sempre mostrarsi adeguato e competente in tutto ciò che fa.

Un giorno, un bambino cercava di sollevare una grossa pietra, ma non riusciva a smuoverla.
Suo padre, che l’osservava, alla fine gli disse:
– Sei certo che stai usando tutta la tua forza?
– Sì – gridò il bambino.
– Non è vero, non mi hai chiesto di aiutarti.
(Anonimo)

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Emozioni dolorose: gestirle o affrontarle?

"Quando qualcuno vi chiede "Come ti senti?", è difficilissimo trasformare processi neurali così elusivi e dinamici in un'asserzione verbale"
(Daniel J. Siegel, psichiatra, 1999)

Ci sono sensazioni ed emozioni a volte troppo intense, spaventose, pericolose...
Ma dobbiamo sapere che delle emozioni dolorose possiamo farne tendenzialmente due cose: gestirle oppure affrontarle.

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Gestire le emozioni difficili significa cercare di trasformare il nostro stato d'animo negativo in qualcosa di più positivo. Succede spesso in questi modi:

  • Agire, fare qualcosa: ad esempio, mettere in ordine, fare le pulizie, controllare in modo ossessivo qualcosa o qualcuno, allontanarsi, mangiare, bere o fumare, assumere droghe, attaccare qualcuno. Persino togliersi la vita è un modo estremo di gestire le emozioni attraverso l'azione
  • Sostituire l'emozione dolorosa con una più facile da comunicare e gestire: ad esempio sostituire sensazioni di rabbia o dolore con altre più tollerabili, con frasi come "Sono stanco", "Ho fame", "Sono confuso"
  • Concentrarsi su un'emozione meno minacciosa: ad esempio un uomo invece di ammettere di essere arrabbiato con sua moglie, si può mostrare più preoccupato, chessò, che possa rompersi la caldaia...
  • Rimpiazzare l'emozione dolorosa con una preoccupazione per un sintomo corporeo: la paura suscitata da sensazioni mentali pericolose si concentra e si trasforma in paura per sintomi corporei, a volte fino a generarli effettivamente.

Gestire le emozioni dolorose quindi non significa riflettere o accettarle in modo da poterle affrontare, ma ricorrere ad azioni specifiche o espedienti mentali più o meno consapevoli per smettere di provarle, impedire che arrivino alla coscienza, evitare perfino di ammettere che esistano.

Al contrario, affrontare le emozioni dolorose significa accettarle e riflettere su di esse, meglio se in presenza di un altro che, con empatia, possa essere d'aiuto.

E' affrontando le emozioni provocate dalle esperienze relazionali dolorose che le si può assimilare e cambiare.

Al contrario, se non si affrontano, possono continuare a fare danni nella vita di una persona, anche a lungo termine.
Perchè il passato non può diventare tale finchè non viene affrontato nel presente.

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