Sventola l'aquilone

Per la Giornata internazionale contro l'omotransfobia, ho avuto l'occasione di intervistare Donata Testa, autrice del libro "Sventola l'aquilone".

gallucci psicologo torino

Benvenuta Donata e grazie per aver accettato l'invito all'intervista.
Per iniziare, presentati ai nostri lettori.

Sono nata e vivo a Torino. Sono laureata in Storia del cinema, passione coltivata da sempre, insieme all'amore per tutte le forme dell'arte che considero porte aperte verso la bellezza.
Mi sono occupata per anni di cooperazione con il Senegal e il Burkina Faso.
Ha lavorato in ambito teatrale sia in qualità di aiuto regista che come attrice/lettrice.
Mi piace guardare, ascoltare, leggere, scrivere; amo il mio lavoro d'insegnante, soprattutto quando riesco a trovare una strada per incontrare i miei allievi.
Direi infine che amo i miei figli, ma soprattutto i differenti, i diversi, gli ultimi perchè diversa lo sono stata anch'io all'interno della mia famiglia, e della società.

A proposito di differenze e diversità, l'ultimo tuo libro, "Sventola l'aquilone", racconta la storia di una madre e il suo percorso di scoperta dell'omosessualità del figlio. Come lo descriveresti?
Il libro è la mia strada per raccontare una normale diversità con un po' di leggerezza. Il tentativo di prendere le distanze da me stessa, di sorridere dei miei errori, capirli e farli capire, condividerli; provare a metterli a nudo benevolmente.
Siamo bestioline sofferenti, tutti, tanto varrebbe stare più vicini, raccontarci le nostre fragilità molto più delle nostre certezze. Scendere dai propri piedistalli e confrontarci sulle ferite. Su ciò che avremmo voluto essere e non siamo, sull'io che credevamo di possedere. Tornare a privilegiare le emozioni profonde, tirarle su dal pozzo.
Raccontare la fatica dell'accettazione senza invenzioni, con un po' di onestà.

Da dove è nata l'esigenza di scrivere un racconto su questo tema? Cosa ti ha ispirato?
Il racconto è autobiografico, dunque l'esigenza è nata dentro di me. Terminata la parte più difficile del percorso, raggiunta la necessaria distanza emotiva, mi sono voltata indietro, ho guardato, ripercorso e sorriso. Da quel sorriso, da quella raggiunta distanza emotiva è nato “Sventola l’aquilone”.

Il racconto è attraversato da piccole e grandi paure: il buio, i ragni, gli sguardi, e soprattutto l'omosessualità. Come un genitore può affrontare il fatto che un figlio/a sia gay (o lesbica, bisessuale o trans)?
Con l'amore che è rispetto di qualcosa nato da noi, ma che non è nostro. E con la pazienza, anche nei confronti di noi stessi, dei nostri errori, genitori allo sbaraglio in una società che avversa le diversità. Il tempo poi, in qualsiasi percorso di comprensione/accettazione, gioca il suo ruolo fondamentale.
Ma non ho formule magiche, non ce ne sono.

Il dialogo interiore di Maria, la protagonista, ruota intorno all'elaborazione anche della sua omofobia e ai suoi conflitti: da certezze e convinzioni che parevano solide a nuovi modi sentire un figlio (e se stessa) che cresce e si separa. Come avviene questo passaggio dalla "pancia" delle emozioni alla testa, e ritorno?
Domanda difficile per rispondere brevemente. Forse sarebbe utile parlare di fatica nell'accettazione di una diversità, qualsiasi essa sia.
Mi è capitato di conoscere da vicino genitori con un figlio diversamente abile: all'inizio non lo riconoscevano come tale, non lo vedevano. Poi hanno capito, conosciuto, amato.
Il riconoscimento lo immagino come un processo, non come una capacità già insita nell'individuo.
Il passaggio poi, tra pancia e testa avviene passo dopo passo, istante appresso a istante. Mi pare d'aver capito che nella vita, sempre, rispetto a ogni elaborazione di una perdita, di un conflitto, di un cambiamento e di qualsiasi natura esso sia (anche di una gioia quindi), è necessario un tempo lungo durante il quale le certezze, le convinzioni saltano, si sgretolano in vista di una ricostruzione, di una nuova costruzione. Ma è indispensabile, a mio parere, dubitare del sè, staccarsene. Ed è questa la vera difficoltà.
Ecco, forse pensare il nostro io come sabbia potrebbe aiutarci, facilitare il passaggio dalla pancia alla
testa e viceversa. Come sabbia in una clessidra.

Infine, come madre e come scrittrice, quale messaggio ti auguri che arrivi a chi legge "Sventola l'aquilone"?
Mi auguro che altre madri, padri e figli lo leggano, sorridano di me e con me; pesino le difficoltà, le fragilità di ciascuno. Che si sentano meno soli, gli uni e gli altri, che ognuno cerchi, in futuro, d'indurirsi un po' meno.
Il mio invito a noi tutti è quello di coniugare con maggiore assiduità "provare e capire", in minor misura "giudicare e sapere".
Amare poi, sarebbe un bel verbo, da usare senza parsimonia.

Donata Testa
Sventola l'aquilone
Edizioni SUI (2013)

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