La difficile arte del perdono

Anche se dal punto di vista etico o religioso tutti possono essere d’accordo in principio sul perdono, non tutti sono predisposti a metterlo in pratica: quando subiamo un’offesa, un torto o un tradimento proviamo immediatamente emozioni negative di rabbia e risentimento e la reazione più frequente è di tipo aggressivo, etero o auto-diretta.
L’aggressività nei confronti dell’offensore si esprime nel desiderio di vendetta.
Nei comportamenti autoaggressivi ci si può invece punire per esempio per non aver saputo prevedere i comportamenti dell’altro: si può provare vergogna (specialmente se il torto è di dominio pubblico) e la delusione è più forte quando c’è un legame profondo di affetto o di amore.

A un’analisi approfondita però, sappiamo che il desiderio di vendetta, anche se è una reazione naturale e istintiva, non porta ad un effettivo risarcimento dal torto subito: contrariamente a quanto si pensa, la vendetta non aiuta ad alleviare il dolore provato nell'aver subito un’ingiustizia in quanto la vittima rimane focalizzata sull'accaduto, rimugina continuamente su come "farla pagare", alimentando ulteriormente un circolo vizioso senza fine di emozioni negative.

Un modo per uscirne dunque potrebbe essere il perdono.

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Cosa significa perdonare?
Perdonare significa "concedere un dono", ma non è una cosa così semplice.
Si tratta di un "complesso fenomeno affettivo, cognitivo e comportamentale, nel quale le emozioni negative e il giudizio verso il colpevole vengono ridotti, non negando il proprio diritto di sperimentarli, ma guardando al colpevole con compassione, benevolenza e amore" (McCollough & Worthington, 1995).

Potremmo definire il perdono come un percorso, un processo attraverso il quale una persona, offesa da un torto subito, cessa di provare risentimento e ostilità verso chi l’ha offesa, trasforma le emozioni negative e sceglie di superare il desiderio di vendetta e di porsi in una posizione diversa.

La capacità di perdonare non fa riferimento solamente al comportamento o atteggiamento verso l'altro, ma anche a quello che una persona può avere verso sè stessa, qualora sia il responsabile di un’azione dannosa verso altre persone.

Eppure imparare l’arte di perdonare se stessi e gli altri può regalarci benefici per la nostra salute psicofisica.
La ricerca psicologica ha infatti dimostrato che perdonare ha l’effetto di alleviare ansia, livelli di depressione e rabbia cronica che può essere tossica perchè può aumentare la nostra reattività allo stress e il rischio di sviluppare malattie organiche come quelle cardiovascolari.

Purtroppo non ci sono soluzioni semplici e preconfezionate per diventare più capaci di perdonare, ma vi propongo alcuni principi base che, secondo me, possono essere utili per orientarsi.

Intanto, cosa NON significa perdonare
Perdonare non significa necessariamente dimenticare: le persone che hanno subito torti, soprattutto gravi, non dimenticano i loro traumi.
Possono imparare a perdonare, ma continuano a ricordarseli.

Perdonare non significa minimizzare: si può perdonare, ma contemporaneamente accettare ed essere consapevoli che il trauma è stato reale e doloroso.

Perdonare non è un segno di debolezza, ingenuità o stupidità.

Perdonare non dipende dal fatto che le altre persone si siano scusate con voi: se perdoniamo lo facciamo per il nostro benessere, non per il loro.
Non abbiamo bisogno di ricevere le scuse degli altri per perdonarli.

Perdonare è un processo.
Il perdono non è un fenomeno tutto-niente, bianco-nero, ma un processo che richiede tempo.
Si può anche non poter perdonare completamente un’altra persona, ma si può lavorare sulle capacità per avvicinarsi a farlo.
Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto che riguarda questo (lungo) processo.

Il perdono richiede empatia
Per perdonare occorre sapersi mettere nei panni dell'altro, cercando di vedere e vivere la realtà da un’altra prospettiva, comprendendo quali possono essere state le motivazioni di chi ha compiuto il gesto offensivo.

Il perdono è un atto privato
Si può concedere il proprio perdono anche se l’altro non ne è a conoscenza, anche se non è stato richiesto, perfino se l’altro non è d’accordo e può riguardare anche persone che non si incontreranno più nella propria vita (anche defunte).

Lasciar andare le emozioni negative
Il punto cruciale (e più difficile) del perdono è lasciare andare la rabbia.
Nella pratica clinica psicoterapeutica è frequente incontrare persone che hanno vissuto gravi traumi (fisici, sessuali, emotivi...).
Coloro che sono riusciti ad affrontarli meglio sono anche quelli che hanno trovato il modo per perdonare se stessi e gli altri, lavorando per lasciare andare la rabbia e il risentimento.
Non hanno certo dimenticato, ma sono riusciti a porsi in una posizione differente da quella della vittima.
Il perdono comporta la liberazione del sé dalle emozioni negative (l’ostilità), dai pensieri negativi (di vendetta) e dai comportamenti negativi (l’aggressività).

Non perdonare significa continuare ad avere “un conto in sospeso” con l'altro. E questo, invece di allontanarci dalla persona, rafforza il legame ancora di più.
L’offensore rimane nei pensieri quotidiani dell’offeso, nei suoi ricordi, in un rapporto di dipendenza che assorbe molte energie psichiche per essere mantenuto.

Impegnarsi nel processo del perdono, invece, non solo ci dà la possibilità di rompere quel legame e superare la ruminazione rabbiosa, ma ci rende nuovamente disponibili le energie mentali per il nostro benessere psicologico.

Il perdono è davvero qualcosa che dovremmo imparare, è prima di tutto nel nostro interesse.

Come diceva Buddha:
"Perdona gli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace".


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